C’erano un’ultima volta…

di Jvan Sica (@jvan1980)

C’era una volta.

Questo post deve iniziare come tutte le favole perché quello che era, ora non è più.

C’era una volta una nazionale di calcio, fra le migliori al mondo, che un bel giorno scomparve, lasciandoci un ricordo indelebile.

Più che c’era una volta, dovremmo però scrivere c’erano una volta le nazionali di Jugoslavia, Germania Est e URSS e questa è la storia della loro ultima volta.

Amsterdam, 25 marzo 1992. La Slovenia era stata la prima Repubblica a staccarsi dalla Federazione jugoslava. Tito era morto da dieci anni e le forze indipendentiste infiammavano tutti anche a causa di una forte recessione economica. Poi è stata la volta della Croazia e da quel momento la guerra non lascerà più i Balcani per i successivi 3 anni, spostandosi a breve anche in Bosnia.

In quell’ultima partita c’erano tutti (anche dei giocatori nati in Slovenia) tranne i croati.

Branko Brnović, Dejan Savićević, Budimir Vujacić sono montenegrini, Vujadin Stanojković e Ilija Najdoski macedoni,  Vladimir Jugović, Dragan Stojković e Pedrag Mijatović serbi, Faruk Hadzibegić, Mehmed Baždarević, Meho Kodro e Fahrudin Omerović bosniaci, Darko Milanić e Dzoni Novak, sloveni ma di stanza al Partizan Belgrado in quel periodo. Avrebbero giocato anche con la Slovenia in futuro ma era meglio in quel momento restare dov’erano.

Jugoslavia 1992

Questa è la squadra (con i croati) che ha vinto il Gruppo 4 di qualificazione ad Euro ’92. A novembre dell’anno precedente la vittoria con l’Austria a Vienna grazie ai gol di Vladan Lukić e Savićevic aveva sentenziato il primo posto su una Danimarca capace di tutto. Contro i danesi infatti, i Plavi avevano vinto a Copenhagen 0-2 con gol di Baždarević e Jarni, perdendo poi a Belgrado per una doppietta di Bent Christensen.
La Federazione slava, cercando di tenere viva la speranza della partecipazione agli Europei, fa di tutto per partecipare all’amichevole con i campioni d’Europa in carica. Ma ad Amsterdam la squadra è slegata, molle, quasi assente, nella testa di tutti risuonano e prendono un significato sinistro i fischi e le urla per un’altra Jugoslavia-Olanda, quella svoltasi al Maksimir di Zagabria, in preparazione di Italia ’90. Da pochi giorni c’era stata la partita del calcione, quello rifilato da Boban al poliziotto serbo (che poi era bosniaco) per difendere un tifoso croato. La tensione era alle stelle e i Bad Blue Boys della Dinamo crearono un clima infernale per una nazionale che ne prese due da un’Olanda ancora non pronta (non lo sarà mai in realtà per quel Mondiale).

La partita di Amsterdam è il canto di un cigno che tutti aspettavano rigoglioso e splendente per quell’Europeo, dopo la vittoria del Mondiale Under 20 del 1987.

Jugoslavia 1987

I calciatori c’erano, c’era un allenatore che infondeva fiducia grazie alla sua esperienza e una mentalità meno folle rispetto al passato. Forse avrebbero vinto (mi sbilancio: io credo di no, mancava un portiere di grande livello, il centravanti, Pancev, poi si è rivelato poca cosa, e c’era ancora troppa anarchia. Cosa diversa sarebbe potuta essere una Jugoslavia unita ai Mondiali di USA ’94 ed Euro ’96, quando Suker avrebbe sostituito Pancev al centro dell’attacco e tutti avrebbero acquisito esperienza internazionale. Sto fantacalciando ovviamente, come fantacalcia chi dice che avendo vinto la Danimarca, la Jugoslavia lo avrebbe fatto ancora più facilmente), ma di sicuro quel giorno lasciarono tutto con una tristezza negli occhi che sapeva di sconfitta. E difatti persero 2-0 con gol dell’angelo ribelle Kieft e sberla da fuori area di Wouters.

Sempre in quelle qualificazioni europee giocò per l’ultima volta l’URSS così come l’abbiamo sempre conosciuta dalla Rivoluzione d’ottobre in poi. Il luogo dell’ultima rappresentazione sovietica non è un teatro famoso, ma il semplice Tsirion di Larnaca dove la squadra di Anatoly Byshovets doveva vincere per andare in Svezia e tenere dietro l’Italia che quella sera affrontava la Norvegia per la prima partita di Arrigo Sacchi sulla panchina della Nazionale.

A Cipro scesero in campo i russi Dimitri Kharine, Andrei Kanchelskis, Igor Shalimov, Andrej Chernishov, Dmitri Galiamin, Igor Kolyvanov e Vasili Kulkov, gli ucraini Oleg Kuznetzov, Alexi Mikhailichenko, Oleg Protasov e l’ucraino Akhrik Tsveiba (che ha il privilegio di avere giocato in ben quattro squadre Nazionali: URSS, CIS, Ucraina e Russia).

Oleg Protasov

L’ultima recita viene via senza gran sudore grazie al solito gol di Oleg Protasov, uno dei migliori attaccanti pre-moderni nello smarcarsi e farsi servire sul movimento, raddoppio di Sergei Yuran e terzo gol di Kanchelskis.

Il mondo sovietico scricchiolava sempre più forte e ad agosto del 1991 ci sarà il colpo di stato che mise in luce il nuovo astro della politica russa, Boris Eltsin.

Fu il suo comizio sul carrarmato a salvare Gorbaciov il quale però, da quel momento, iniziò definitivamente a tramontare. L’8 dicembre 1991 i capi di Russia, Ucraina, e Bielorussia s’incontrarono a Belavežskaja pušča per firmare l’accordo di Belaveža, che dichiarava dissolta l’Unione Sovietica e la sostituiva con la Comunità degli Stati Indipendenti. Anche la Nazionale di calcio si chiamerà da quel momento CIS e la sua prima partita sarà a Miami, contro gli Stati Uniti, vinta 0-1 con gol di Andrei Tsevba (anche con il garantismo attuale dovrebbe essere autorete, credo).

CIS

Pochi mesi dopo aver visto i cugini dell’Ovest vincere il Mondiale italiano, giocò la sua ultima partita anche la Germania Est. Il sorteggio per Euro 1992 li mette in un girone con Belgio e (dai, stai scherzando?) la Germania Ovest.

Nel frattempo però il 23 agosto 1990 il parlamento della Germania Est ratifica la riunificazione dal 3 ottobre.

Fra queste date c’era la prima partita di qualificazione, il 12 settembre, contro il Belgio. Non poteva essere una partita valevole per la qualificazione, ma fu disputata comunque come amichevole.

Per la prima volta nella storia, una nazionale di calcio scendeva in campo sapendo che da lì a poco non sarebbe più esistita.

A Bruxelles la Germania Est gioca con un paio di calciatori niente male: il libero del grande Carl Zeiss Jena, Heiko Peschke, l’altro Heiko Scholz all’ala e un mastodontico Matthias Sammer che quella sera segnò due volte. Il secondo è un trattato di assolutismo calcistico: avvia l’azione con un colpo di tacco a centrocampo e la chiude resistendo sul difensore e dribblando nientepopodimenoche Michel Preud’homme.

Dal giorno successivo gli allenatori dell’Ovest inizieranno lo scouting dall’altra parte e ragioneranno su come innestare Sammer nella loro squadra. Il 12 dicembre 1990 a Stoccarda per la prima della Germania unita contro la Svizzera, Sammer giocherà con i campioni del mondo facendo partire la sua avventura con un sonante 4-0.

Mathias Sammer