Christoph Daum, il “messia” con i baffi

Puoi cadere. E non importa quante volte accade. Però ti devi sempre rialzare.

Questa frase apre la pagina “biografia” del sito personale di Christoph Daum. E sedici anni dopo la sua prima e più fragorosa caduta, quella legata alla sua dipendenza dalla cocaina, il 63enne tecnico tedesco l’occasione per rialzarsi davvero ce l’ha. Gliel’ha data la Federazione rumena, che l’ha scelto per sostituire il “monumento” Anghel Iordănescu, dopo un Europeo da dimenticare.

Ripartire da una situazione difficile, come lui è sempre stato abituato.

Fin da quando nel 1959 a 6 anni, orfano di suo padre, morto in un incidente sul lavoro nella Germania Ovest, lasciò la sua Zwickau, la città della Trabant, nella ex DDR a Duisburg. All’”Ovest”, di un Muro che non c’era ancora. Andò a vivere con la madre e si appassionò al calcio. Lo giocò anche (arriverà da dilettante a vincere nel 1981 un campionato tedesco “amateure” con le riserve del Colonia), ma la sua passione era allenare. Il Gioco lui lo studiava e mentre a 27 anni prendeva il patentino da allenatore, studiava all’Istituto superiore di educazione fisica di Colonia, dove si raccontava andasse a lezione con Filou, il suo cane. In quegli anni aveva un chiodo fisso: quello della motivazione e della psicologia, tanto che la sua tesi di laurea si intitola “L’importanza e il significato delle misure psicologiche e pedagogiche dell’allenatore di calcio”.

Su quei cardini, anni dopo, costruirà una carriera. Tanto per cambiare iniziando in una situazione difficile.

daum-kolnEra il novembre 1986 e all’allenatore del Colonia viene data una squadra in difficoltà. Quattro anni dopo gliela restituirà o meglio se la riprenderà totalmente cambiata. E in meglio. Tra il 1986 e il 1990 i Geißböcke, anche grazie ai metodi strambi ma efficaci del tecnico (in una partita della stagione 1988-1989 portò per spronare 40mila marchi nello spogliatoio, l’equivalente del premio vittoria), sfioreranno due volte il Meisterschale (1989, 1990), giocheranno una semifinale di Coppa Uefa contro la Juventus e Daum allenerà alla grande vecchie volpi come Klaus Allofs e Toni Schumacher, giovani come Bodo Illgner e Thomas Häßler, talenti come Littbarski.

Fuori dal campo il “Baffo” diventerà un idolo. Dei suoi tifosi e di tutti quelli che non tifano il Bayern Monaco. Perché dice quello che pensa. A tutti. Anche a Hoeneß e Heynckes, dirigente e allenatore dei bavaresi.

Jupp? Parlare con lui è più noioso di guardare una carta meteorologica

e ancora

Hoeneß potrebbe fare la pubblicità dei sonniferi.

Il capolavoro vero Daum però lo farà nel 1992 a Stoccarda. Lì, agli Schwaben, era arrivato nell’autunno 1990 con la squadra nella parte bassa della classifica e a pochi mesi dall’esonero dal Colonia. E dopo aver promesso e ottenuto un’immediata qualificazione UEFA, vinse il campionato. Il quarto della storia del club e di tutti forse il più emozionante. Vinto a quattro minuti dalla fine dell’ultima giornata con un gol del libero Guido Buchwald, capitano di una squadra con Matthias Sammer a dirigere l’orchestra e il bomber Fritz Walter a segnare 21 gol.

Una “favola” che si interrompe per un errore. Di Daum.

Nel ritorno del primo turno di Coppa dei Campioni 1992-1993 contro il Leeds schiera quattro giocatori stranieri. Reclamo, partita persa a tavolino, spareggio ed eliminazione.

daum-leverkusen-stuttgartDal sud della Germania se ne andrà un anno dopo, a dicembre 1993 con il Meisterschale e la Supercoppa nazionale in bacheca, gli unici due trofei mai vinti in Germania da Daum. Che nella Repubblica Federale ad allenare ci tornerà solo nel 1996 per allenare il Bayer Leverkusen, i veri rivali a livello locale del Colonia. Sono reduci da una salvezza in extremis e il “Baffo” li porta su. Ma mai fino in cima. Tre volte le “Aspirine”, che nella gestione Daum vedranno passare giocatori del calibro di Emerson e Zé Roberto, bandiere come Nowotny e Ramelow e giovani talenti come Ballack, si fermano a un passo dal sogno. Una volta nel 2000 la Bundesliga sembra in tasca. Basterebbe pareggiare contro l’Unterhaching. I bianconeri invece perdono 2-0 e il Bayern li aggancia. Stessi punti, ma miglior quoziente gol per i bavaresi.

Delusione. Tanta.

Come quella che percorre il calcio tedesco qualche mese dopo, nell’autunno del 2000. Quando Daum, un idolo per i tifosi e molto stimato dalla Federazione (i dirigenti gli hanno fatto firmare il contratto che lo legherà alla Nazionale) viene trovato positivo alla cocaina. Al test del capello si è sottoposto volontariamente, soprattutto per spazzare via le insinuazioni, sollevate dalla stampa e attizzate proprio dal dirigente del Bayern Hoeneß. Lui prima nega poi ammette. Salta tutto. Licenziato dal club, stracciato l’accordo per allenare la Germania, Daum fugge negli Usa. Il suo Paese lo rivedrà dalla panchina solo qualche anno.

Per ricominciare l’uomo di Zwickau decide di tornare in un paese che ama e che ha già conosciuto: la Turchia.

daum-cayLì tra il 1994 e il 1996 aveva vinto un campionato e una Coppa nazionale con il Beşiktaş. E lì torna con lo stesso club nel 2001. È un’annata da terzo posto. Per rivincere sul Bosforo dovrà aspettare un’altra stagione che lui passa da dominatore a Vienna con l’Austria. Quando rimette piede in Turchia lo fa con il Fenerbahçe. Allenatore, ma non solo: cambia le regole del management, spesso si occupa di altre questioni, lasciando in eredità una mentalità diversa. E due titoli nazionali, consecutivi e bellissimi, con l’astro (allora) nascente dell’idolo del Bosforo asiatico, Alex de Souza. I suoi problemi nelle competizioni europee e una sconfitta cocente contro il Galatasaray rappresentano l’altro lato della medaglia, però rimpianto a lungo dopo l’addio del successore, Zico, l’ultimo straniero vincente a Istanbul.

La Turchia fa rinascere Daum, al punto che si profila la possibilità di un ritorno a casa.

A dargli una nuova possibilità nel novembre 2006 è ancora il Colonia, la “sua” squadra, allora in Zweite Bundesliga. Gli anni non hanno cancellato la stima e l’amore per Daum. Per come allena e per quello che è. Qualcuno al primo allenamento srotola uno striscione.

Habemus Daum.

Non male, per tutti era il Messia. Sul campo le cose vanno bene, ma non benissimo. Promozione mancata al primo anno (in cui i tifosi ricordano pure uno 0-5 subito dal Rot-Weiss Essen), Bundesliga centrata con fatica nella seconda stagione grazie a una formazione “di lusso” per la categoria e ai gol dello sloveno Novaković, capocannoniere e trascinatore del Colonia anche l’anno seguente in Bundesliga. Il Colonia al ritorno in massima serie arriva a metà classifica ma Daum decide di non proseguire, nonostante abbia ancora un anno di contratto. Lo chiama il suo amato Fenerbahçe.

Da Messia, il “Baffo” è diventato Giuda.

In Bundesliga non ci tornerà più, se non per un breve intermezzo. Nel marzo 2011 l’Eintracht Francoforte lo chiama per salvare la squadra in piena zona retrocessione, guidata fino a quel momento da Michael Skibbe. In otto partite sulla panchina dei rossoneri non vincerà neppure un match, ottenendo quattro sconfitte e quattro pareggi, non sufficienti per evitare la Zweite Bundesliga e far vivere a Daum la prima retrocessione della sua carriera in Germania. Qualche mese dopo, nell’estate 2011 scoprirà di avere un tumore alla pelle e stavolta vincerà, pronto per una nuova avventura. Prima in Belgio a Bruges, poi di nuovo in Turchia, stavolta a Bursa, dove i frutti di una splendida academy non si sono tradotti in un idillio. A marzo l’esonero, e poi l’attesa di una chiamata. Quella giusta.

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Quella della Romania, quarta nel suo girone agli Europei e pronta a riscattarsi.
A rialzarsi, parola chiave della carriera di Christoph Daum.

Testo di Roberto Brambilla (@BobbyBrambo) e Bruno Bottaro (@br1bottaro)