Cuentos de Fútbol: la doppia Copa América del 1959

Tra le innumerevoli storie da raccontare sul calcio sudamericano, quella relativa alla doble Copa América del 1959 è tanto affascinante, quanto bizzarra. Ufficialmente la ventiseiesima edizione del torneo si disputa tra marzo e aprile a Buenos Aires. Vi partecipano tutte le grandi, compreso il Brasile Campione del Mondo in carica. Non c’è traccia del Venezuela, che debutterà solamente nel 1967, e le uniche due rinunce arrivano da Colombia ed Ecuador.

Incredibilmente poi, si decide di far disputare tutte e ventuno le partite (in ventotto giorni) all’Estadio Monumental, con buona pace dei dirigenti (e dei giardinieri) del River Plate, che sicuramente non l’avranno presa benissimo.

La rinuncia dell’Ecuador nasconde però ragioni ben precise. Venerdì 24 luglio 1959, davanti agli oltre 50 mila spettatori presenti sulle tribune, ai quali bisogna aggiungere le migliaia senza biglietto appostati al di fuori dello stadio, con l’orecchio appiccicato alle radioline, il Presidente Camilo Ponce Enríquez pronuncia il discorso di inaugurazione del nuovo Estadio Modelo di Guayaquil, dando il via al quadrangolare di prestigio organizzato per l’occasione: in campo, oltre alle due squadre della città, il Barcelona e l’Emelec, ci vanno anche gli argentini dell’Huracán e gli uruguagi del Peñarol. Ed è proprio la questione-stadio a dar vita alla doppia competizione. La Federación Deportiva Nacional del Ecuador vuole assolutamente battezzare il nuovo impianto di Guayaquil con la massima competizione continentale, così la Confederación Sudamericana de Fútbol, pilatescamente, organizza un’edizione Extraordinaria che mantiene la sua ufficialità, pur senza assegnare il trofeo. Si gioca quindi nel mese di dicembre e ad accettare l’invito sono solo in quattro: l’Argentina, che otto mesi prima ha alzato il suo dodicesimo titolo, il Paraguay, l’Uruguay, pur senza giocatori del Peñarol, e il Brasile, che più che altro è una rappresentativa del solo stato del Pernambuco, una selezione in camisa verdeoro formata esclusivamente da giocatori provenienti da club come Nautico, Santa Cruz e Sport Recife. In Argentina è chiaro fin da subito che le due pretendenti al titolo sono l’Albiceleste padrona di casa e il Brasile, diventato Campione del Mondo per la prima volta nella sua storia solo l’anno prima. Tra le altre sono da segnalare il Paraguay e il Perù. Il Paraguay è la vera sorpresa del torneo.

In panchina siede Aurelio González Benítez: da giocatore è stato una bandiera del Club Olimpia de Asunción, tanto da guadagnarsi il soprannome di El Gran Capitán; attaccante favoloso, considerato il secondo miglior giocatore paraguayano di tutti i tempi, alle spalle del solo Arsenio Erico, un’autentica macchina da gol, è famoso per aver rifiutato nel 1932 un’offerta stratosferica da parte degli argentini del San Lorenzo de Almagro. La motivazione? Combattere per la difesa della sua Patria nella Guerra del Chaco, un sanguinoso combattimento durato tre anni che ha coinvolto Paraguay e Bolivia. Diventa capocannoniere dell’edizione del 1929 del Campeonato Sudamericano e partecipa al primo Mundial uruguagio dell’anno dopo. Da allenatore vince parecchi campionati, sempre con l’Olimpia, raggiungendo anche la finale nella prima edizione della Copa Libertadores del 1960 e porta la Albirroja al Mondiale svedese del 1958.

Non è un caso che in Argentina, a brillare sia proprio la coppia di attaccanti Aveiro-Ré che segnano nove delle dodici reti totali.

José Raul Aveiro, che nel Valencia metterà insieme una trentina di gol in tre anni, è fortissimo di testa e si prende il titolo di vice-capocannoniere con sei reti. Cayetano Ré, il piccoletto della coppia, vestirà invece per quattro anni la casacca del Barça vincendo una Copa del Rey e prendendosi il titolo di Pichichi nel 1965. Di fondamentale importanza però, è il debutto del Perù, il 10 marzo, contro il Brasile. Innanzitutto perché segna l’esordio assoluto nella manifestazione di Pelé, il ragazzino terribile che in Svezia ha stupito il Mondo, e poi per l’andamento della gara, che di fatto segna il torneo. I verdeoro sono avanti di due reti (Didí e, ovviamente, Pelé) a poco più di mezz’ora dalla fine, quando il palcoscenico se lo prende Juan Roberto Seminario, che segna una doppietta storica. Seminario è una delle tante, belle storie di quel Perù: O Expresso de Lima, come lo chiamano i tifosi dello Sporting Lisbona, dove conquista due titoli e una Copa de Portugal, è un’ala sinistra rapidissima, molto tecnica e assolutamente letale sottoporta. Passa da Roma e Firenze, ma è in Spagna che lascia il segno: diventa Pichichi con la casacca del Saragozza e vince la Coppa delle Fiere del 1966 con il Barcellona. Tra l’altro, ad oggi, è uno dei due giocatori ad aver segnato tre gol in una partita all’Inghilterra. L’altro è olandese e si chiama Marco di nome, Van Basten di cognome.

La Blanquirroja, guidata da un ungherese giramondo, Gyouri Orth, può contare su giocatori del calibro di Víctor Benítez, che sfidando Eusebio a Wembley, diventerà Campione d’Europa con la maglia del Milan nel 1963, Juan Joya, autentico monumento del Peñarol e Miguel El Maestrito Loayza, uno dei giocatori tecnicamente più dotati mai visti con la casacca dei Los Incas e vincitore della Coppa delle Fiere del 1960 con il Barcellona. Tra i convocati c’è anche José Fernández, nipote del grande Lolo, che rischia di rimanere a casa: poco prima di salire sull’aereo diretto a Buenos Aires infatti, lo blocca un attacco di panico ed è solo grazie alla telefonata dello zio, che gli ricorda cosa vuol dire essere un Fernández in Perù, che riesce a salire su quel volo. Il 2-2 finale complica la vita del Brasile, perché l’Argentina le (stra)vince tutte e all’ultima gara del torneo, proprio nella sfida contro i verdeoro, le basta un solo punto.

Pizzuti la sblocca, Pelé pareggia, e alla fine sono proprio i padroni di casa ad alzare il trofeo.

L’Albiceleste è una squadra completamente diversa da quella che due anni prima ha trionfato in Perù, l’unico punto di contatto è rappresentato da Orestes Omar Corbatta. Tra i tanti soprannomi che gli affibbiano durante la sua carriera, quello che meglio lo rappresenta, e dà l’idea della sua caratura, è El Garrincha argentino. Non tocca la palla, la accarezza; con i piedi fa ciò che vuole, inventandosi numeri incredibili e molti lo considerano la miglior ala destra della storia del calcio argentino. Nel 1957 forma una linea d’attacco da spavento insieme a Maschio, Angelillo, Sivori e Cruz, e nel 1958 in Svezia è l’unico a salvarsi dal disastro della Selección, segnando tre reti in altrettante gare. Ciononostante il miglior giocatore del torneo, manco a dirlo, è Edson Arantes do Nascimento. Di lui si è detto di tutto, su di lui è stato scritto di tutto, e ogni ulteriore considerazione è assolutamente superflua. Chiude il torneo segnando otto gol in sole sei partite, un bottino che resterà immutato: quella in Argentina rimane infatti l’unica apparizione di O Rei nel torneo sudamericano.

Otto mesi dopo, in Ecuador, a vincere il titolo è l’Uruguay. La Celeste domina il torneo e il roboante 5-0 rifilato all’Argentina campione in carica è la classica ciliegina sulla torta. L’Albiceleste si consola però con il titolo di capocannoniere vinto da José Francisco Sanfilippo. Soprannominato El Nene, cresce nelle giovanili e diventa poi il miglior goleador della storia del San Lorenzo de Almagro. È un centravanti abile tecnicamente e con un incredibile fiuto per il gol; per quattro volte di fila è capocannoniere del campionato argentino e in Nazionale mette a segno 21 reti in 29 partite. Ha però un carattere particolare. Nel marzo del 1964 l’AFA organizza un torneo amichevole, la Copa Jorge Newbery, al quale prendono parte River, Huracán, Racing, Vélez, San Lorenzo e quel Boca Juniors che l’anno prima lo ha acquistato. Verso la fine del primo tempo della gara contro la sua ex squadra, il San Lorenzo, il tecnico Luis De Ambrosi lo manda a scaldare; il particolare regolamento di quel torneo, prevede che le sostituzioni si possano effettuare solo entro la fine della prima frazione, vietandole dopo l’intervallo.

Durante il riscaldamento Sanfilippo chiede a De Ambrosi quanto manca e questo gli  risponde: “Cuatro minutos”. In realtà qualche secondo dopo l’arbitro manda tutti negli spogliatoi.

Sanfilippo rincorre De Ambrosi in mezzo al campo chiedendo spiegazioni, il tecnico si gira in malo modo rispondendogli: “Porque acá hacemos lo que queremos!”. Per tutta risposta l’attaccante gli molla un pugno in faccia. Risultato: rescissione del contratto e trasferimento in Uruguay, al Nacional. In quel torneo poi, esordisce con la maglia dell’Ecuador un moretto di origine giamaicana, un attaccante ambidestro e fortissimo di testa, non a caso per tutti sarà Cabeza Magica: si chiama Alberto Spencer.

A sedici anni debutta tra i pro con la maglia dell’Everest, il club della sua città, e in quattro stagioni mette insieme 101 gol in 90 partite. Nel 1960 il Peñarol scuce 10 mila dollari per portarlo a Montevideo e, probabilmente, fa l’affare del secolo. Con lui in campo los aurinegros vincono sette campionati in otto anni, tre volte la Libertadores e due volte la Coppa Intercontinentale. Negli undici anni passati in Uruguay si toglie anche parecchie soddisfazioni personali: è tuttora il miglior marcatore di sempre della Copa Libertadores con 54 reti all’attivo e il secondo (dietro Pelé, ovvio) della Coppa Intercontinentale con sei. Nel 1966 l’Inter prova, invano, a portarlo in Europa. È considerato il miglior giocatore ecuadoriano di tutti i tempi e oggi l’Estadio Modelo, dove tutto è iniziato, porta il suo nome: Estadio Modelo Alberto Spencer.

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Foto Pelé ©taringa.net
Foto Orestes Omar Corbatta ©tn.com.ar