Da Lionel Messi all’Eupen, i gioielli di Josep Colomer

Josep Colomer non risponde a domande su La Masía: “Per rispetto a chi è venuto dopo di me”. Basterebbe questa frase per definire lo spessore dell’ex direttore di uno dei vivai più famosi e rinomati del pianeta. Quando c’era lui, muoveva i primi passi un certo Lionel Messi, timido 11enne con problemi di crescita e una voglia smisurata di sfondare nel mondo del calcio. Colomer è considerato uno degli scopritori del fuoriclasse di Rosario. In realtà è molto di più.

Messi è diventato Messi grazie a lui,

dice Joan Lacueva, direttore amministrativo de La Masía durante la direzione Colomer. Seguivamo il ragazzo anche io e Carles Rexach (all’epoca direttore tecnico, N.d.A.), perché un talento del genere era impossibile da ignorare. Ma con Josep aveva un feeling unico, a livello professionale e soprattutto umano”.

Assistente di Luiz Felipe Scolari al Mondiale nippocoreano vinto dal Brasile, dopo l’esperienza di Barcellona Colomer avrebbe potuto vivere di rendita. Invece ha optato per il mastodontico e complesso Football Dreams, il progetto calcistico-formativo inaugurato nel 2007 dallo sceicco Jassim bin Hamad al Thani allo scopo di trasformare la Aspire Academy, scuola calcio con sede a Doha, in uno dei settori giovanili più produttivi del mondo. I soldi li hanno messi gli sceicchi, il know-how commerciale la Global Sport Marketing dell’ex presidente del Barcellona Sandro Rosell (con cui Josep è stato anche coinvolto in una vicenda giudiziaria), in collaborazione con la Nike, mentre l’aspetto tecnico-organizzativo è stato affidato a Colomer.

È toccato a lui dirigere l’enorme operazione di scouting effettuata nel continente africano, dove in poco più di due anni sono stati visionati 4 milioni di ragazzi.

I migliori finiscono in Qatar, per poi prendere la via dell’Europa. Sì, perché dal 2012 l’Aspire Academy è diventata proprietaria dell’Eupen, club belga attualmente militante nella Jupiler Pro League.

A prima vista la Aspire sembra porsi agli antipodi rispetto al modo di Colomer di intendere il calcio, quantomeno se si rileggono certe dichiarazioni legate proprio alla costruzione del suo capolavoro, ovvero Messi. “Strutture troppo moderne possono risultare controproducenti per la crescita del giocatore. I ragazzini non possono trovare tutto pronto.

Si impara a giocare a calcio sui campacci di terra, si conosce il senso del sacrificio fermandosi a fine allenamento a pulire scarpini e docce.

Messi a Barcellona giocava in un campetto spelacchiato, io lo feci aggregare al Barça C, che all’epoca accoglieva solo gli scarti. Messi è diventato Messi perché lo abbiamo obbligato a salire un gradino alla volta, e perché lui aveva l’umiltà e la fame necessarie per capire che solo così ce l’avrebbe fatta”.
Il lusso dell’Aspire però non è una contraddizione. Per arrivarci bisogna superare selezioni basate su partite di 25 minuti l’una sui campi più improbabili: terra battuta, sabbia, pietra. “Ci adattiamo a quello che offre l’Africa, come fanno i ragazzi che vivono lì. Un test durissimo tanto per i giocatori quanto per i selezionatori”, dice Colomer.
“Sono terreni che non favoriscono il gesto tecnico, ma non è quello che a noi interessa. Studiamo la personalità e la capacità di scelta. Quest’ultimo è il primo punto della mia filosofia: un buon giocatore è colui che sceglie sempre la soluzione migliore. Non mi interessa uno che sa dribblare avversari in serie, se lo fa quando dovrebbe passare la palla”.

A questo si aggiunge l’aspetto culturale, altro dogma di casa Colomer: Ogni giocatore nasce e cresce in un determinato contesto culturale, e se tu non conosci quel contesto, non puoi capire il giocatore. Come si vive in Senegal? Come ci si rapporta con gli altri in Nigeria? Quali sono i valori fondanti in Costa d’Avorio? Queste domande sono fondamentali per fare un buon lavoro”.
L’Eupen ha chiuso il campionato 2016/17 al 13° posto, e per la prima volta nella sua storia sta prendendo parte, per il secondo anno consecutivo, alla Jupiler Pro League. I ragazzi, guidati dallo spagnolo Jordi Condom, sono anche arrivati fino alla semifinale di Coppa di Belgio.

Il prossimo obiettivo sarebbe quello di entrare nella parte alta del tabellone, e puntare alla qualificazione in Europa.

Una crescita graduale, così come è stato il ritorno nella massima divisione belga, avvenuto nel 2016 (grazie alla mancata concessione della licenza al White Star Bruxelles) dopo che nelle stagioni precedenti per due volte questo club, espressione della parte germanofona del Paese, si era fermato ai play-off promozione. Non proprio il percorso di ascesa fulmineo che caratterizza le squadre transitate nelle mani di proprietà estremamente facoltose. Era inevitabile non preventivare qualche incidente di percorso: la stagione 2017/18 ha visto infatti la squadra totalizzare solo 10 punti nelle prime 14 partite. Troppo poco: a farne le spese è stato Condom, il cui posto in panchina è stato preso da Claude Makélélé, un nome che rende bene l’idea circa le ambizioni della società. L’ex giocatore di Real e Chelsea torna in panchina dopo aver allenato il Bastia ed essere stato assistente di Ancelotti al PSG e, fino a pochi giorni fa, di Clement allo Swansea.
“È innegabile che l’arrivo dei qatarioti non sia stato salutato con entusiasmo nel Paese, però va riconosciuto che non si sono volatilizzati dopo una stagione andata male, anzi, l’impegno è sempre stato costante”, dice François Colin, giornalista di Voetbalmagazine

Josep Colomer non considera la filosofia-Barcellona, e dunque la sua, come la migliore. “È un concetto privo di senso. Cinquant’anni di Champions League hanno visto trionfare qualunque idea di calcio. Non si può sostenere che una sia migliore delle altre, perché nel calcio non esiste la formula magica”.

Io credo che alla base di ogni squadra vincente siano necessari due elementi: una precisa filosofia e giocatori adatti a essa.

“Barcellona e Atlético Madrid sono due facce della stessa medaglia: ogni club elabora il proprio stile. È difficile giocare come il Barça con i giocatori dell’Atlético, ma lo è anche viceversa. Per questo Messi non sarà mai lo stesso Messi lontano da Barcellona. Lui incarna la filosofia blaugrana, è parte integrante di un determinato contesto. Infatti con la maglia dell’Argentina non si è mai visto il vero Messi”.

Foto di copertina ©Nicolas Lambert/BELGA
Foto squadra ©KAS Eupen
Foto esultanza Eupen ©David Hagemann
Foto Josep Colomer ©Carlos Mira/AS