La storia del De Dijk, il club emergente del calcio di Amsterdam

Uno, nessuno, centomila.

Non c’è bisogno di scomodare Pirandello per parlare dei derby di Amsterdam, ma il titolo di una delle opere più famose del Nobel per la letteratura del 1934 delinea alla perfezione il quadro delle sfide stracittadine della capitale olandese. Uno come il derby disputato la scorsa settimana nel secondo turno di Coppa d’Olanda, che ha visto l’Ajax vincere 4-1 sul campo del De Dijk. Nessuno come i derby di Amsterdam a livello professionistico, uno zero che dura dal 1982, quando la retrocessione del FC Amsterdam (squadra nata dalla fusione di tre storici club cittadini, Blauw-Wit, DWS e De Volewickers, gli ultimi due capaci di mettere in bacheca anche un titolo nazionale) lasciò l’Ajax senza più alcun cugino in Eredivisie.

Centomila come le sfide potenziali tra i 60 club attualmente operativi in città e nei dintorni di essa.

Ma, come detto, nel mondo “pro” bisogna attendere un sorteggio particolare durante uno dei primi turni della coppa nazionale per tornare a parlare di una stracittadina. Come quando nel 2014 l’Ajax affrontò il Jos/Watergraafsmeer all’Olympisch Stadion in un match tanto scontato a livello sportivo quanto ricco di suggestioni vintage, dal momento che lo Jos fu il primo club allenato da Rinus Michels e Watergraafsmeer il quartiere dove sorgeva il “De Meer”, a un solo isolato di distanza dal luogo, Betondorp, che aveva dato i natali a Johan Cruijff.
Si è prima accennato al De Dijk, squadra di Tweede Divisie (terza divisione) che ha provato con scarso successo a vestire i panni del giant-killer, una figura che pur non assumendo le sembianza mitologiche come accade in Inghilterra nella FA Cup, talvolta si manifesta anche sui terreni di gioco olandesi. Vedasi il recente esempio dello Swift (altra piccola società di Amsterdam), che nel primo turno ha eliminato ai rigori i detentori del trofeo del Vitesse, con un’invasione di campo di bambini a fine gara più emozionante di “Momenti di Gloria”. Il De Dijk non ce l’ha fatta, ma nelle intenzioni della dirigenza quella partita è destinata a diventare solo la prima di una lunga serie, visto che l’obiettivo del club è quello di “riportare il derby ad Amsterdam.”

Se altre società locali, su tutte l’AFC, gravitano da anni ai margini della B olandese (Eerste Divisie) senza però avere alcuna intenzione di varcare la soglia, il De Dijk adotta una strategia opposta.

Secondo le regole della Federcalcio oranje, per accedere alla Eerste Divisie la società in questione deve trasformarsi in una BVO – Betaald Voetbal Organisatie – ovvero in un club professionistico. Un salto che numerose squadre non intendono fare, per ragioni di natura economica. La filosofia del De Dijk è chiara. “Noi rappresentiamo il cuore di Amsterdam,” dice il presidente Ton Langelaar. “L’Ajax è come il Barcellona, le sue tribune sono piene di turisti arrivati per scattare foto, oppure di tifosi provenienti da altre province. L’autentica squadra cittadina siamo noi. A volere essere precisi, l’Amsterdam ArenA non si trova nemmeno dentro il perimetro della Amsterdam tradizionale.”

Lo stadio dell’Ajax sorge in effetti a Bijlmermeer, quartiere nato come esperimento funzionalista sviluppato negli anni ’60 e ’70 con risultati inferiori alle aspettative, specialmente sotto il profilo sociale. Il De Dijk, che già dal nome (La Diga) rappresenta uno dei simboli per eccellenza dell’Olanda nell’immaginario collettivo mondiale, si trova invece sulle sponde dell’IJ, il bacino nel quale confluisce il fiume Amstel, ovvero il nucleo da cui si è sviluppata l’intera città (Amsterdam deriva da Amstelredamme, termine che indica la diga eretta sull’Amstel nel punto in cui oggi si trova piazza Dam).

C’è la tradizione, c’è l’ambizione, c’è soprattutto un progetto serio che studia per rendere queste idee sostenibili sotto il profilo economico e strutturale.

Finora il denaro investito nel club proviene dall’imprenditore navale Heino Braspenning, ma la dirigenza sta lavorando per non rendere la società dipendente da un’unica fonte. “Un radicamento territoriale forte,” prosegue Langelaar, “unito a un’identità di club ben definita e ad un progetto serio, può avere la capacità di attirare quegli sponsor che, lo so per certo, non sono interessati ad investire nell’Ajax a causa dei margini di movimento pressoché nulli.” Un circolo virtuoso che passa per la costruzione di uno stadio da diecimila posti, nel quale dovrà giocare un ruolo cruciale il Comune di Amsterdam.

“C’è sicuramente spazio per un secondo club professionistico in città,” commenta l’assessore allo Sport Henk Stofhof, “ma dal momento che ci troviamo in uno stato di espansione pressoché permanente, con la previsione di un incremento di circa 100mila abitanti nei prossimi dieci anni, puntiamo molto sulla ricettività e sulle infrastrutture. Non ci basta una società ambiziosa che intenda investire sulla prima squadra, vogliamo una visione dal respiro più ampio. Uno stadio che possa essere affittato ad altri club, come l’Amsterdam ArenA ad esempio, e agire come polo aggregatore di un determinato settore della città. Oppure una società multidisciplinare.” Il De Dijk sta infatti lavorando per aprire una sezione di hockey su ghiaccio.
La Eredivisie in cinque anni è l’obiettivo del De Dijk, che oggi annovera in squadra giocatori quali l’ex Volendam Jack Tuyp e l’ex Utrecht e Ajax Jeroen “Pizza” Verhoeven (il soprannome è dovuto alla stazza di questo portiere).

Quello è e rimarrà sempre il nostro fine ultimo. Vogliamo diventare una squadra locale modello St. Pauli o Excelsior Rotterdam. Non promettiamo Europa o altre amenità, a quello ci hanno già pensato altri.

conclude Langelaar.

Ogni riferimento a russi (Vitesse) e cinesi (Ado Den Haag) non è puramente casuale.

Foto Copertina ©Goal.com
Foto FC Amsterdam ©ExProfs
Foto Ton Langelaar ©NH Sport / Jesper Rasch
Foto ASV De Dijk©VoetbalProf.com