Douglas Costa, un talento del Bayern Monaco

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14 settembre 1990, 14 agosto 2015. Venticinque anni meno un mese.
Un lungo cammino, quello che ha portato Douglas Costa dal cortile di casa, al suo esordio in Bundesliga con il Bayern Monaco. Una strada che passa per Porto Alegre, per Donetsk e Amburgo, quest’ultima intesa come HSV, la formazione contro cui il ragazzo ha esordito in Bundesliga e intesa come Novo Hamburgo, la città in cui Douglas ha cominciato a tirare calci a un pallone.

Un posto del profondo sud del Brasile, dove come in tutto lo Stato di Santa Catarina tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento erano emigrati molti tedeschi, in particolare provenienti dalla zona della città anseatica. E in onore del loro luogo d’origine i coloni, hanno chiamato la squadra locale di calcio, fondata nel 1911. E la maglia bianco-azzurra è la prima del piccolo Douglas.

Un passaggio fugace, una sola stagione, perché il bimbo di 10 anni è tecnico e veloce, tanto da essere chiamato dal Grêmio, uno dei migliori settori giovanili del Brasile. Lo stesso posto, venti chilometri a nord di Sapucaia do Sul, il luogo natale di Costa, in cui qualche anno prima aveva iniziato la sua carriera, un altro con il nome americano, di ruolo terzino: Maicon Douglas, un ragazzo di Novo Hamburgo.

Douglas_Costa_Gremio

Tanto talento, testa cercasi…

Un predestinato, come tanti che crescono in Brasile. Un talento vero che impressiona tutti, sia chi lo allena, sia chi lo vede nei tornei a cui il Grêmio viene invitato, come la Punta Cup del 2008 in Uruguay dove Douglas diventa capocannoniere e vince il premio di miglior giocatore.

Senza la normativa che impediva ai giocatori brasiliani sotto i 18 anni di lasciare il Paese sarebbe già stato scippato da qualche club europeo. Invece appena maggiorenne il tecnico della prima squadra del Grêmio Celso Roth lo fa esordire in Serie A. È il 4 ottobre 2008 e dopo 33 minuti il ragazzo va in rete.
I suoi vincono 2-1 e chi non l’avesse ancora visto si accorge di Douglas. Compresi i restanti scout europei.

Su di lui, secondo quanto racconterà il suo agente Cesar Bottega, ci sono un po’ tutti. Da Barcellona in giù.
Qualche mese dopo nell’estate 2009 il Manchester United di Alex Ferguson lo invita a trascorrere un periodo di prova in Inghilterra, dopo che il manager scozzese aveva definito Douglas Costa “uno dei migliori talenti che offre il Sudamerica”.

Lui e il club brasiliano rifiutano. Un interesse che comunque non fa bene al ragazzo che smette o quasi di pensare al campo e al presente.

Il talento c’è ma, complice anche qualche atteggiamento extracalcistico discutibile (verrà fermato per guida senza patente), non riesce a convincere appieno i tecnici del Grêmio ad affidargli una maglia da titolare fisso con i “grandi”.

Tra il 2008 e il 2010, mentre continua a far faville negli ultimi anni con le giovanili, gioca un totale di 37 partite e oltre alla rete dell’esordio segnerà solo un’altra volta, l’1-0 nel 4-2 con il Barueri.
In prospettiva però Costa è un crack. Molta tecnica, una velocità pazzesca e possibilità di fare (e bene) più ruoli offensivi.
A riuscire a portarlo in Europa non è una big come Barcellona o Inter (secondo alcuni a un passo dal metterlo sotto contratto) ma lo Shakhtar Donetsk.

Uno dei suoi plenipotenziari in Brasile, Frank Henouda, era stato colpito da Costa in un posto un po’ strano, in una churrascaria di San Paolo dove l’emissario degli ucraini l’aveva osservato in Tv con la maglia della Nazionale Under 20 con cui ha giocato il campionato sudamericano e i Mondiali di categoria.

Il primo lo vincerà con la Verdeoro, tra l’altro, di Rafael Tolói e Giuliano, in quel momento stella dell’Internacional di Porto Alegre.

Henouda ammetterà che non riusciva più a smettere di guardarlo, tanto che il suo churrasco diventò freddo.

Prestazioni che portano a chiudere con gli ucraini. Arriverà un anno dopo, nel gennaio 2010 per sei milioni di euro.

Douglas_Costa_ShakhtarShakhtar, dalle difficoltà a essere protagonista

L’impatto con una realtà così diversa, non solo climaticamente, da quella di Porto Alegre non è facilissima.
A rendere tutto un po’ più facile il fatto che lo Shakhtar sia più o meno una fetta di Brasile trapiantata nella parte orientale dell’Ucraina.

Il tecnico Lucescu, che da “cittadino sotto tutti i cieli” parla anche un buon portoghese, vieta ai suoi di ascoltare samba nello spogliatoio ma ha un modo tutto suo di comunicare con quel giocatore di talento spropositato che in campo è un anarchico.

Nel 4-2-3-1 dell’allenatore rumeno, che negli anni ha avuto interpreti offensivi come Willian, Mkhit’aryan o Alex Teixeira, Douglas è uno dei due esterni nella “batteria” dei trequartisti, un ruolo in cui deve correre e creare la superiorità numerica, oltre che inserirsi. Il gol non è però un suo grande amico, nemmeno in Ucraina dove segnerà al massimo sette reti in una stagione.

Lucescu, che l’ha fatto migliorare enormemente a livello tattico, lo considera un grande giocatore, ma non un faro della squadra.

In cinque anni, soprattutto nel periodo di ambientamento, lo fa partire dalla panchina e gli concede anche meno di mezz’ora. In Europa mostra quello che gli scout europei già sanno: giocate da fuoriclasse, duttilità in campo, ma molti dubbi su come reggerebbe, anche a livello mentale, un campionato di prima fascia. Anche per questa ragione (oltre che per le richieste dello Shakhtar) Douglas rimane per cinque stagioni in Ucraina.

Quello che cambia la vita della squadra, dei suoi tifosi e anche la sua è la guerra.

Quella che da aprile 2014 infiamma proprio la regione di Donetsk, il Donbass, amministrativamente parte dell’Ucraina ma da sempre legata linguisticamente e culturalmente alla Russia. Qui i separatisti appoggiati dal governo di Putin vorrebbero unirsi alla Federazione russa, trovando l’opposizione del governo ucraino e del suo esercito.

E sulla città dello Shakhtar e sul suo stadio, la Donbass Arena, piovono bombe.
La squadra è costretta a giocare e spesso ad allenarsi lontano da Donetsk e la folta colonia sudamericana comincia a dare segni di inquietudine.

Nell’estate 2014, alcuni di loro, tra cui Douglas Costa, dopo una serie di amichevoli in Francia, minacciano di non rientrare in Ucraina. Lo faranno ma è evidente che molti, se non tutti, stanno cercando una maniera per andarsene.

Costa, ormai titolare fisso in Ucraina e in Europa, ha un vantaggio: essere ammirato da Pep Guardiola, tecnico del Bayern Monaco, campione di Germania.

Il catalano vuole l’ex del Grêmio per completare un reparto di giocatori offensivi che ha grande classe ma che comincia a esser frenato dall’età e dagli infortuni, con Robben e soprattutto Ribéry, più in infermeria che in campo.
La trattativa, nel momento in cui i tedeschi mettono sul piatto la loro ultima offerta (intorno ai 30 milioni) va in porto. Pep e Douglas hanno parlato al telefono prima della firma, come ha riportato il sito del quotidiano spagnolo Sport.

Ho parlato con lui, dicendogli che speravo di giocare –

ha detto il brasiliano.

Se vieni, giocherai, fidati di me –

la risposta di Guardiola. A benedire la partenza di Costa anche il suo ormai ex tecnico Mircea Lucescu.

Con noi non poteva più migliorare.

Una sentenza, un “foglio di via”, dopo quasi 150 partite e 29 gol, cinque titoli nazionali e la soddisfazione di guadagnarsi, giocando in Ucraina, la maglia della Nazionale A, con cui disputa, peraltro con più ombre che luci (un gol decisivo contro il Perù), la Copa América 2015.

Un talento smussato da Guardiola

In Germania arriva un 25enne, con la passione del poker con gli amici e del biliardo con suo padre, su cui ci sono molti dubbi, a partire dal costo, considerato da molti eccessivo. E poi ci sono gli interrogativi sull’adattamento alla vita e al modo di vivere tedesco.
Gli unici a essere convinti sono i dirigenti del Bayern e soprattutto Pep Guardiola, che in conferenza stampa, prima del debutto in Bundesliga, lo definisce uno tra i possibili “cinque esterni offensivi migliori del mondo” e che la prima volta in cui incontra il suo giocatore l’ha accolto con una frase interrogativa.

Sei pronto ad imparare a giocare a calcio?

Una domanda che racchiude l’obiettivo del lavoro di Guardiola. Quello di mettere le qualità tecniche e fisiche di un giocatore così dotato come Douglas Costa all’interno di un sistema in cui possa rendere ancora di più.

Un insegnante di calcio, non solo un gestore di uomini.

Douglas-CostaPep, complice anche i ripetuti infortuni di Ribéry, inserisce Douglas Costa sulla fascia, chiedendogli corsa, copertura ma anche di crossare, saltare l’uomo e, se possibile, di concludere.
Dopo l’antipasto amaro in Supercoppa (partita persa ai rigori contro il Wolfsburg) l’impatto con la Bundesliga è da sogno: 5-0 all’Amburgo, con l’ultimo gol realizzato dopo aver rubato palla ai difensori del HSV, un assist quasi scodellato dalla destra per il gol di Thomas Müller e un “elastico” che fa urlare i tifosi dell’”Allianz Arena”.


Per tutto il girone d’andata, tranne qualche settimana di stop per problemi muscolari, Costa sarà titolare fisso.
I tifosi della Bundesliga vedono un giocatore tecnicamente pazzesco che sta imparando molto a livello tattico.

Meno istinto e più testa è il mantra che Guardiola sta provando a inculcare al ragazzo. Douglas, “ammaliato” dai modi e dalle idee calcistiche di Guardiola ascolta e dimostra di saper imparare.

Un altro gol, oltre a quello con l’Amburgo ma tanti assist, 14, spesso serviti dopo i suoi cambi di passo, quelli che spaccano le difese avversarie. Mai Douglas Costa era stato così costante. Per il brasiliano ora c’è da affermarsi anche in Europa, dove in Champions con lo Shakhtar non ha mai brillato quanto nelle competizioni “domestiche”.

La prossima avversaria è la Juventus. E i bianconeri sperano di non dover rincorrere il numero 11 del Bayern, come hanno dovuto gli avversari in Champions nella prima fase.