Dal traffico del Cairo all’Europa: la storia di Mohamed Salah

Il traffico del Cairo è davvero qualcosa di unico.

Comanda la legge del caos, e una volta finitoci dentro, la tua unica arma è il clacson, oltre al coraggio che ti permette di infilare il muso della tua auto in ogni centimetro disponibile. Non è cambiato, mi assicurano, dopo la caduta di Mubarak, la mancata rivoluzione dei Fratelli Musulmani e il nuovo regime di Al-Sisi.

piazza-tahrir-nella-notte-del-27-novembre-il-cairoorig_mainNel 2009, ero da quelle parti per il Mondiale Under 20. Ogni spostamento doveva essere calcolato in base ai sempre copiosi flussi dell’infernale e già citato traffico. In una giornata decisi di vedere sia l’allenamento del Brasile che, poi, successivamente, quello del Ghana. Vedere calciare dal vivo Douglas Costa è sempre un’esperienza mistica ma, ammoniva un tecnico brasiliano al seguito della giovane Seleção, “finché non troverà uno che gli spiega davvero il gioco, non diventerà mai un calciatore.
Avrebbe trovato poi Mircea Lucescu, e quindi la sua carriera avrebbe svoltato. Nel gruppo di giornalisti brasiliani però, il tema non era tanto Douglas Costa ma l’Egitto: mai, loro che arrivavano dal País do Futebol, avevano incontrato tanta passione per il gioco.

In mezzo a mille difficoltà, questo è un Paese giovane, attivo, sicuramente controverso e complicato da cambiare (avrei letto solo al mio ritorno il fondamentale “Palazzo Yacoubian” di ‘Ala al-Aswani), ma che ha tanta, davvero tanta passione per la vita, e il gioco del calcio è uno sfogo irrinunciabile.

Pensavo, mentre arrivavo al campo di allenamento del Ghana, squadra che poi avrebbe vinto quel Mondiale proprio in finale sul Brasile. I clacson erano spariti, sostituiti dai martelli pneumatici e dai trapani. Tanti lavori per costruire una parte di Nasr City, la zona nuova zona del Cairo. Gli ultras delle due squadre più famose della capitale egiziana, lo Zamalek e l’Al Ahly, hanno partecipato attivamente alla Rivoluzione iniziata in piazza Tahrir, poi finita come sappiamo. Ovviamente non sono le uniche squadre di una città che vive di football.
A Nasr City, ad esempio, c’è un club di discreta tradizione, Al-Mokawloon, club fondato da Osman Ahmed Osman nel 1973, proprio nel momento in cui questo influentissimo costruttore ridisegnava la skyline della capitale: erano gli anni del grande boom edilizio, il presidente Sadat mirava a una rapida modernizzazione del Paese.

In quella società un giorno è arrivato un fax di offerta d’acquisto del Basilea per Mohamed Salah, che con la maglia giallo-nera maradoneggiava. I contatti diretti col giocatore erano iniziati e si erano immediatamente infittiti poco dopo il Mondiale Under 20 del 2011, giocato in Colombia: impossibile rimanere indifferenti alla velocità, unita al controllo di palla di Salah. Il capo scouting della società elvetica, Rudi Zbinden, aveva segnalato il giocatore ed era convinto che il sistema basilese fosse adatto per la sua crescita. In questi ultimi anni abbiamo sommato una serie di fallimenti di tanti talenti egiziani: gli ultimi due, sono Rami Rabia, centrale difensivo passato dallo Sporting Lisbona, e Mahmoud Kharaba, giunto proprio in Svizzera, prima al Lucerna e poi al Grasshopper. Entrambi, nonostante le loro indubbie e notevoli qualità,  non sono riusciti ad imporle. E sono dovuti tornare in patria, dove, immediatamente, Kahraba, ad esempio, è stato decisivo nella conquista del titolo dello Zamalek. E non è questione di comprensione del gioco, crediamo. Proprio l’adattamento, è davvero complicato.

Complicato per tutti, ma non impossibile per il Basilea.

Un gruppo di lavoro strutturato in una società modello, che per anni è stata presieduta da Gisela “Gigi” Oeri, ereditiera del colosso farmaceutico Roche (che ha sede proprio a Basilea) e prima donna a diventare presidente di un club d’élite di Svizzera.
Sotto la sua gestione (è entrata in società nel 1999 e ne è divenuta direttrice nel 2006) il Basilea ha assommato titoli in serie in patria e si è fatto apprezzare in giro per l’Europa. Nel gennaio del 2012 ha passato la mano al suo vice, Bernhard Heusler, un avvocato di successo della zona che nulla ha toccato del modello vincente.
Proprio in quell’anno 2012 il Basilea vendeva due gioielli del suo settore giovanile, Xherdan Shaqiri (al Bayern di Monaco, dietro un assegno di 12 milioni) e Granit Xhaka (al Borussia Mönchengladbach per 8 milioni). Un po’ più lontani dalla Roche, con i tuoi migliori ragazzi ceduti in Bundesliga, pareva proprio avere termine il sogno del Basilea competitivo. E invece nell’anno successivo, viene sfiorata l’Europa League: i rossoblu dopo due partite equilibrate si sono arresi in semifinale al Chelsea di Rafa Benítez.

Mettendo in mostra quel giocatore acquistato in un piccolo club egiziano.

Di lì a poco quello che, dopo il ritiro di Aboutrika, sarà il nuovo idolo degli appassionati di football in Egitto.
Perché Salah, non solo valica il muro dell’adattamento (l’altro unico vero esempio è Mohamed Elneny, acquistato guarda caso lui pure dal Basilea e proprio dalla stessa società, l’Al-Mokawloon), il ragazzo cresciuto a Nasr City si impone in Europa.
Diventa l’idolo di un popolo, anche per i suoi modi, e poi perché è un ragazzo che, oltre a impegnarsi in tante campagne benefiche, non dimentica quanti, più o meno della sua età, sono morti nella strage di Port Said, dove le responsabilità delle autorità egiziane sono sostanzialmente acclarate.

salah-fiorentinaQuando, dopo una parentesi poco fortunata al Chelsea, sceglie di venire in Italia, indossa la maglia 74 della Fiorentina, quel numero corrisponde al numero dei decessi in quel maledetto giorno. Una scelta che lo ha definitivamente eletto a erede di Aboutrika.

Il più grande calciatore egiziano di sempre: lui c’era, a Port Said e accorse sulle tribune, maglia e calzoncini addosso.

Portò a braccia negli spogliatoi un ragazzo di 14 anni, moribondo, per affidarlo alle cure del medico della squadra, segno che siamo di fronte a qualcosa di più di un semplice trequartista.
La passione civile di Aboutrika, in tanti in Egitto l’hanno rivista in Salah, anche se qui stiamo ancora parlando di un ragazzo nato nel ’92, nell’altro caso siamo di fronte a un’icona, poco al di sotto della grande cantante Umm Kultum, nell’immaginario collettivo dell’Egitto, e di conseguenza in quello culturale di tutto il mondo arabo.

Salah è però, prima di tutto, un signor giocatore.

Scelto, dopo le polemiche estive, di raggiungere Roma sotto la gestione di Rudi Garcia, ha mostrato subito le sue qualità. Imposto ormai da esterno d’attacco stupisce per la sua tecnica in velocità, a cui aggiunge un cambio di direzione che davvero può separare il tronco dal bacino di ogni avversario.
Ha continuato a segnare con continuità, particolare evidentemente non secondario che ha aggiunto con l’esperienza: è più freddo e soprattutto deciso, davanti alla porta. Ha esultato per mesi in maniera contenuta, sempre dopo aver reso grazie all’Altissimo, inginocchiandosi. Meno contenuto sarà stato l’urlo della comunità egiziana in Italia, ogni volta, anche se ormai l’attenzione è quella di tutti gli sportivi del Paese, dal Cairo in giro per tutto il Mondo, che hanno seguito con simpatia l’avventura romana del giocatore, come testimoniato dai social network, dove Salah è una star assoluta.
Héctor Cúper, proprio lui, tecnico della Nazionale egiziana, anche se una volta lo ha cazziato per un ritardo, sa che solo con lui come guida, anche la squadra che prima intimidiva ogni avversario del continente (sette coppe d’Africa), può tornare a vincere. Il settembre del 2011 ha cambiato la storia dell’Egitto, azzerando la competitività e quindi le certezze di quel mondo calcistico.

Oggi, però, l’Egitto ha un nuovo profeta. Che ha riportato il Paese al Mondiale, dopo anni di assenza, e che continua a segnare, anche al di là della Manica.

 

 

Foto Salah ©LaPresse