El Cabezón, Andrés D’Alessandro

di Aguante Futbol (@AguanteFutbol)

Quello di Andrés D’Alessandro è un nome che richiama alla mente di qualsiasi appassionato un ricordo, un volto o una giocata specifica, l’inevitabile conseguenza dell’attenzione smisurata di cui è oggetto il trequartista argentino fin dall’inizio della propria carriera.

Ma tutta questa esposizione mediatica legata al numero 10 – nello spirito prima ancora che sulla maglia – di Buenos Aires è posizionata su due poli diametralmente opposti, a seconda dell’emisfero di riferimento.

La carriera del Cabezón ha infatti un profondo, viscerale legame con il suo continente d’origine: non solo con la sua Nazione, perché lui come pochissimi altri è riuscito a oltrepassare i confini argentini, conquistando il Brasile e il Sudamerica tutto, proclamando una sorta di enclave albiceleste in quel di Porto Alegre, nel cuore del Rio Grande do Sul. Un rapporto, quello con l’America Latina, che va oltre le vittorie, raggiungendo i più puri livelli di empatia e identificazione, perché Andrés riesce a incarnare il fútbol della propria terra alla perfezione, per il suo ritmo, i suoi tocchi, la genialità e l’irriverenza. Un insolente capace di far germogliare quel talento cristallino soltanto nell’humus della mistica sudamericana.

RIVER

D’Alessandro nasce il 15 aprile del 1981, nel barrio della Paternal, zona di influenza dell’Argentinos Juniors, ma a svezzarlo calcisticamente è il River Plate, club con cui arriva l’esordio in prima squadra a 19 anni. Il talento è visibile a chiunque, ma dalle parti di Nuñez sanno di non avere di fronte Javier Saviola: lo sviluppo del Cabezón richiede più tempo, pazienza e un costante lavoro ai fianchi per raffinare tanto il giocatore quanto il carattere bizzoso, quasi a rispecchiare le caratteristiche tecniche e attitudinali dei due. Ma è proprio D’Alessandro il giocatore destinato a raccogliere il pesante testimone del Conejo quando questo passa al Barcellona nel 2001, imponendosi come titolare e iniziando a far parlare di sé anche oltre i confini argentini. Coetaneo e compagno di squadra di Saviola nelle Inferiores del River, Andrés disputa con il Conejito anche il Mondiale Under 20 del 2001, senza tuttavia strabiliare tecnici e tifosi come quest’ultimo. Non è sempre tra i titolari e, pur segnando due gol, naviga distante dai riflettori, oscurato da altri compagni e separato dalla maglia numero 10 dal Pipi, Leandro Romagnoli. Per il mancino di Buenos Aires è però l’inizio di un periodo d’oro, in cui con i Millonarios vince tre campionati Apertura – quelli del 2002 e 2003 da protagonista indiscusso -, dando vita a una partnership indimenticabile con un altro giovane attaccante uscito dalle giovanili della Banda: Fernando Cavenaghi. Soltanto il Torito e il Cabezón possono infatti far dimenticare l’altra coppia d’oro di marca tutta riverplatense, Saviola-Aimar, grazia a classe, colpi di genio, malizia, potenza e impertinenza messi costantemente in mostra all’ombra del Monumental.

Cabezón - Andrés D'Alessandro

El Cabezón, Andrés D’Alessandro

Nel 2003 D’Alessandro è ormai un giocatore mediatico, da YouTube ante litteram. Lo si conosce per le giocate, i numeri da circo e gli inarrestabili dribbling, l’eco della sua celeberrima Boba arriva su quotidiani e servizi televisivi e, come sempre accade in questi casi, si crea una percezione sbagliata del giocatore.

Ci si aspetta un funambolo alla Ronaldinho, ma il ritmo di D’Alessandro è diverso, è un’altra cosa.

Se il brasiliano, nato proprio a Porto Alegre, è una sorta di uragano travolgente, una samba da spiaggia che coinvolge e sconvolge tutto e tutti, il Cabezón è un tango porteño, un ballo a due, fatto di tocchi, posizioni, ritmo ben scandito, pronto a picchi improvvisi e bruschi arresti, con una componente spaziale definita.

Lo ami o lo odi.

Il mancino è quello del predestinato, capace con la stessa naturalezza di accarezzare i pali con eleganti traiettorie e di spaccare la porta con prepotenza, il tocco di palla, rigorosamente con un solo piede, è straordinario e gli permette di saltare sempre e comunque l’uomo: con la famosa Boba, certo, ma anche con cambi di direzione impensabili, giravolte irriverenti e finte imprevedibili. D’Alessandro non ha un grande passo o una progressione in grado di distruggere le difese avversarie, ma sa accelerare quando è necessario creare superiorità, sa quando tenere la palla tutta per sé e quando è meglio invece scambiarla con i compagni, sa segnare e sa fare assist.

È un dieci a tutto tondo, è un dieci sudamericano, nei piedi e nella testa.

Nel River non segna moltissimo – suo storico tallone d’Achille – ma la maggior parte delle reti sono di finitura straordinaria.

EUROPA

In Europa ormai si attende con impazienza e curiosità il suo approdo, diverse istituzioni storiche sono sulle sue tracce, ma la scelta di D’Alessandro è a dir poco particolare. Decide infatti di posizionare sulla mappa calcistica il Wolfsburg, accettando i soldi del club tedesco per trasferirsi in Bundesliga. È il 2003, nessuno conosce “i lupi” della Volkswagen e il campionato tedesco è ben distante dalla rinascita che lo ha visto protagonista negli ultimi anni. Il trasferimento può essere visto come un approccio più morbido a un contesto calcistico profondamente diverso, ma i rischi sono diversi e D’Alessandro li pagherà tutti.

Andrés D'Alessandro - Wolfsburg

Andrés D’Alessandro al Wolfsburg

La prima stagione è positiva, il Wolfsburg conclude il campionato all’ottavo posto, raggiungendo quello che sarà il miglior piazzamento del club fino al 2008. Tuttavia l’impatto del trequartista argentino non è quello che ci si aspettava dall’ennesimo giocatore etichettato come il nuovo Maradona: i gol arrivano con il contagocce, la continuità e l’affidabilità tedesca non sono materia di studi del giovane Andrés e il rapporto inizia presto a logorarsi. D’Alessandro, che ha un carattere non proprio accomodante, litiga con allenatori e dirigenti, fino a essere estromesso dalla rosa nel gennaio 2006.

Dal Wolfsburg, quintultimo in Bundesliga, passa in prestito al Portsmouth, penultimo in Premier League, un trasferimento che suona come una sentenza sulla carriera europea del ragazzo della Paternal. Nella dimenticabile esperienza in Premier un solo gol, ma realizzato mettendo insieme tutti i pezzi forti del repertorio.

I Pompeys a fine stagione raggiungono la salvezza, ma il contributo dell’argentino è minimo e dall’Inghilterra passa alla Spagna, dove il Saragozza lo prende prima in prestito e poi in via definitiva.

Ma l’avventura calcistica del Cabezón nel Vecchio Continente non è destinata a decollare neanche in un Paese latino, nonostante una squadra che sulla carta sembra disegnata per lui.

La rosa 2006/2007 degli aragonesi presenta infatti un concentrato di talento e romanticismo unico, dalla presenza di Gabi Milito in difesa, passando per i dolcissimi piedi di Pablito Aimar e arrivando a quel terminale offensivo letale chiamato Diego Milito. Una rosa arricchita dalla presenza di D’Alessandro che, in un mondo più giusto, avrebbe meritato di arrivare ben oltre quel sesto posto raggiunto nella Liga. Tuttavia Andrés è e rimane Andrés, nel bene e nel male: le prestazioni peggiorano di pari passo con il rapporto tra lui e l’ambiente, i litigi si sprecano e l’addio diventa ormai inevitabile.

SAN LORENZO

All’alba del 2008 la carriera europea di D’Alessandro si conclude e l’argentino opta finalmente per il ritorno in patria: non a Nuñez, ma a Boedo, dai rivali del San Lorenzo e soprattutto dal suo mentore Ramón Díaz. È l’ennesima decisione controversa del Cabezón e questa volta gli dei del futbol sudamericano, un po’ più capricciosi e maliziosi dei cugini europei, gli riservano un episodio storico. Negli ottavi della campagna di Copa Libertadores il Ciclón trova di fronte proprio il River Plate e i tifosi della Banda, già scottati dalla decisione di tornare in un’altra squadra, non dimenticheranno mai il doppio confronto. Al tradimento si somma una sfida dai toni aspri, con antipatie tornate a galla, esultanze feroci ed emozioni contrastanti: è “la noche del silencio atroz”, la notte in cui il Cuervo conquista l’accesso ai quarti di finale recuperando al Monumental due gol di svantaggio, giocando in nove contro undici. D’Alessandro su calcio d’angolo assiste il gol del definitivo 2-2 di Gonzalo Bergessio, si volta verso le tribune ed esulta con tutta la garra rimastagli in corpo, è l’esatto istante in cui il tempio millonario sprofonda in un atroce silenzio.

Andrés D'Alessandro - San Lorenzo

D’Alessandro e la “noche del silencio atroz”

Al termine del semestre Ramón Diaz lascia la panchina del Ciclón, Andrés non ha altri motivi che lo spingano a rimanere a Boedo e rifiutare l’ottimo ingaggio messo sul piatto dall’Internacional di Porto Alegre. Dopo soli sei mesi si chiude anche la positiva parentesi con il San Lorenzo, ma quello che D’Alessandro si appresta a iniziare è il viaggio verso la sua culla calcistica, la casa in cui riuscirà a mettere da parte e limitare escandescenze e incomprensioni.

INTERNACIONAL

L’impatto con il calcio brasiliano è immediato e di alto livello: arrivato a luglio il Cabezón riesce a condurre la squadra alla vittoria in Copa Sudamericana a dicembre. Gli onori della Copa vanno a Nilmar e Alex, entrambi capocannonieri, ma D’Alessandro si impone fin da subito per classe, personalità e regia. L’Internacional batte nella doppia finale l’Estudiantes della Brujita Verón e il premio per il miglior giocatore va in entrambe le occasioni al trequartista argentino.

Inter vs Estudiantes - Finale di Copa Sudamericana

La Brujita Verón insegue il Cabezón D’Alessandro…

Da copione ci si aspetta l’ennesimo preannunciato addio, invece D’Alessandro al Colorado trova l’agognata tranquillità cercata e desiderata per tutta la carriera, raggiungendo vette assolute di rendimento. Nel 2009 vince il primo campionato Gaucho (a oggi sono sei) e porta l’Inter al secondo posto nel Brasilerão, facendo registrare una stagione da doppia cifra di gol, cosa che non gli riusciva dall’ultimo anno con la maglia del River Plate.

Il 2010 è l’anno in cui si consacra come idolo di Porto Alegre, conducendo il club alla vittoria in Copa Libertadores, dopo un arduo percorso che vede l’Inter eliminare il Banfield di James Rodríguez, l’Estudiantes e il San Paolo, prima di imporsi sul Chivas.

È una stagione di grazia e D’Alessandro viene votato calciatore sudamericano dell’anno, davanti a Verón e alla giovane stella del Santos Neymar. Per tornare a un parallelismo già fatto, Saviola vinse questo premio nel 1999. Al Mondiale per Club il Colorado cade a sorpresa contro il Mazembe, ma D’Alessandro ottiene comunque il premio come terzo miglior giocatore della competizione.
L’anno successivo porta la Recopa e il 10 albiceleste alza ulteriormente il proprio livello di gioco, segnando il record di gol in stagione. Quella 2012 è invece l’unica annata a presentare insidie e difficoltà in terra brasiliana: distratto dalle offerte tentatrici provenienti dalla Cina – il mercato che l’anno prima aveva trasformato Dario Conca, altro argentino emigrato in Brasile, in uno dei giocatori più pagati al mondo – D’Alessandro perde certezze e soprattutto tranquillità. Il rendimento in campo precipita, qualche infortunio di troppo complica ulteriormente la situazione e Andrés si perde nelle pieghe del suo carattere, trovando sfogo nei soliti litigi. Per fortuna è soltanto un periodo di difficoltà, l’unico in maglia Inter, e, chiusa la tentazione Cina, D’Alessandro nel 2013 arriva addirittura a marcare venti gol stagionali.

È il sole del Rio Grande do Sul, è la vita brasiliana ed è pure la crescita umana del ragazzo: nell’Internacional, D’Alessandro trova finalmente la sua consacrazione.

Il mancino, da sempre a un livello di perfezione accessibile a pochi eletti, diventa più concreto e incisivo; il suo ufficio rimane la trequarti, centralmente o sulla destra, ma con la maturità si trasforma in un regista a tutto campo, un vero numero dieci capace di sviluppare il gioco in ogni sua fase, di dettare tempi, ritmi e coinvolgere anche i compagni di squadra. In alcune partite lo si vede abbassarsi a cucire la manovra con tocchi continui, brevi: l’impressione è quella di essere di fronte a un interno di regia di chiaro stampo catalano. Andrés, l’enganche, è ormai diventato quel giocatore che in Argentina chiamano “conductor”.

Andrés D'Alessandro - Capitano Internacional

Andrés D’Alessandro e il Colorado, cuore di capitano

Il suo legame con Porto Alegre è testimoniato dalla fascia di capitano stabilmente sul braccio e la sua influenza negli anni è stata tale da creare nell’Internacional un prolifico enclave albiceleste. In principio erano lui e il Cholo Guiñazu, ma negli anni sono passati Pato Abbondanzieri, Bolatti, Cavenaghi, Scocco e Lisandro Lopez grazie alla fiducia ottenuta da figure tanto influenti.

D’Alessandro non è un personaggio semplice da descrivere e soprattutto da capire.

Ha tratti di èpos da tragedia greca, esaltati dalla difficoltà del suo carattere e dall’immensità del suo potenziale tecnico. Ma state attenti a credere di averlo capito, perché proprio in quel momento il Cabezón fermerà la sua corsa, suola sulla palla, e voi avrete le gambe troppo aperte.