FIFA U17 World Cup 2017: la top 11 di MondoFutbol

La conferma dell’Inghilterra e la maledizione spagnola.

È questo il messaggio che, in maniera sintetica, racchiude il timbro lasciato da un Mondiale U17 che ha mantenuto fede alle attese, in termini di numeri e spettacolo. Giusto un dato: oltre 66mila persone hanno assistito alla finale al Salt Lake Stadium di Calcutta, uno dei sei impianti designati ad accogliere la manifestazione. Due anni fa l’edizione numero 16 si era conclusa con meno di un quarto degli spettatori.

E con questa cornice di pubblico, la Nazionale dei Tre Leoni non solo ha perpetrato la vendetta sportiva dell’Europeo (a maggio, la Spagna aveva agguantato il pari al 6′ di recupero e poi alzato la coppa al cielo dopo i calci di rigore), ma ha raccolto gli ennesimi frutti del meraviglioso lavoro del St. Georges Park.
Del resto il ruolino di marcia dei ragazzi di Steve Cooper parlava chiaro (7 partite, 6 vittorie, un pareggio e 23 reti realizzate).

E nemmeno le quotate “Furie Rosse” hanno potuto opporre resistenza, restando ancora una volta a bocca asciutta nell’unico torneo mondiale giovanile assente nella loro nutrita bacheca.

Numeri straordinari, quelli inglesi, che combaciano con la ricchezza della rosa. E pensare che Jadon Sancho, il più atteso alla vigilia, ha lasciato l’India dopo la fase a gironi, precettato dal Borussia Dortmund, il club che l’ha strappato a suon di milioni ai Citizens mancuniani. Non da meno, però, sono state le avversarie e bene o male tutte le 24 partecipanti hanno mostrato elementi sui quali spendere qualche parola. Perfino l’India, mai qualificatasi sul campo, potrà raccontare di Namit Deshpande: non era mai successo che un calciatore fuori dal circuito AIFF (All India Football Federation) rappresentasse i Bhangra Boys. Il difensore classe 2000, infatti, si è trasferito nel Maryland all’età di 8 anni e il CT de Matos si è convinto a convocarlo su consiglio di Abhishek Yadav, il capo scouting federale, ovvero colui che aveva sbobinato alcuni video, spediti via mail, che lo vedevano in azione. Il centrale del Continental FC non è l’unica stellina di India 2017 su cui vale la pena soffermarsi.
MondoFutbol ha racchiuso le star che hanno infiammato il Mondiale U17 in una top 11 allargata. Queste le nostre scelte.

GABRIEL BRAZÃO (2000, Cruzeiro)

In un torneo in cui non si sono visti eccellenti interpreti nel ruolo, premiamo l’estremo difensore verdeoro, nominato Golden Glove dalla FIFA. Il numero 1 brasiliano ha mantenuto immacolata la propria porta in quattro occasioni, cedendo solo su rigore, a un’autorete e alla furia di Rhian Brewster in semifinale. Carattere da leader e buona spinta sulle gambe nonostante i suoi 191 cm d’altezza, Brazão si è distinto per le sue doti fra i pali, per stabilità e posizionamento, espressi ai massimi livelli nella gara con il Mali che è valsa il bronzo al Brasile.
E proprio la finale per il terzo posto è costata cara a Youssouf Koita, autore di un intervento goffo sul gol del vantaggio dei sudamericani. Peccato perché l’estremo difensore del Bamako, già protagonista assoluto nella CAN U17, si era fatto apprezzare per i suoi interventi di puro istinto. Una caratteristica condivisa con Ali Ibadi, il cui apporto è stato straordinario per tenere in piedi l’Iraq nella prima fase del torneo.

FODE KONATÉ (2000, Bamako)

Vince al fotofinish la casella di miglior terzino destro, precedendo di un nonnulla il brasiliano Wesley, laterale che eccelle in fase di spinta e che è dotato di un’invidiabile tecnica di base nello stretto. Il maliano ha colpito tutti per la sua fisicità, perfetta per coniugare una spiccata attitudine offensiva a un discreto senso dell’anticipo e della copertura degli spazi. Per lui anche due reti all’attivo, una di destro e una col mancino, entrambe dalla distanza.
Vanno segnalate anche le prestazioni in crescendo di Steven Sessegnon, culminate in una finale in cui, coadiuvato da Phil Foden, ha messo a ferro e fuoco la corsia mancina spagnola. Fratello gemello di quel Ryan che ha sbalordito all’Europeo U19 2017 e in Championship, l’esterno del Fulham ha mostrato ancora qualche lacuna se attaccato frontalmente, ma quando ha avuto campo e ha potuto agire in sovrapposizione, con quell’eleganza di cui dispone, è stato davvero un piacere per gli occhi. La sua progressione palla al piede è stata una delle armi dell’Inghilterra nei turni a eliminazione diretta.

JOËL LATIBEAUDIÈRE (2000, Manchester City) / HUGO GUILLAMÓN (2000, Valencia)

Anche nel cuore della difesa non è stato facile adocchiare talenti fulgidi. La titolarità nel nostro undici è così toccata ai due ragazzi che, nonostante qualche difetto “di fabbrica”, sono stati costanti nel proprio rendimento e si sono fatti valere per tempi di chiusura e concentrazione: Joël Latibeaudière e Hugo Guillamón.
Il primo, capitano inglese, è il classico centrale che non ruba l’occhio, che non dispone di qualità nella costruzione del gioco dal basso ma che si fa sentire in campo con la sua presenza, è tignoso in marcatura e difficile da superare nei duelli aerei.
Lo spagnolo, da par suo, è altrettanto attento sull’uomo, sa leggere le situazioni e chiudere per tempo gli spazi. Ambidestro, sa trattare con cura la sfera e coordinarsi con i movimenti dei compagni, specie con il terzino sinistro Juan Miranda, uno che abbandona volentieri la zona di competenza per lanciarsi nella metà campo avversaria. Nonostante sia un fiore all’occhiello della cantera valenciana, la trattativa per il rinnovo del contratto, in scadenza il prossimo giugno, non ha portato i risultati sperati ma sulle potenzialità del ragazzo de L’Eliana, unico a giocare tutti i minuti con l’U17 dalle qualificazioni fino alla finale, sono tutti pronti a scommettere.
Altro centrale di prospettiva è lo statunitense Chris Durkin, cresciuto a pane e centrocampo (lì dove gioca col Richmond Kickers, in prestito dal DC United), ma impegnato al fianco di James Sands in più di un’occasione, per sfruttarne la limpidezza del palleggio e dettare i tempi di giocata, la cui celerità era fondamentale per sfruttare un trio d’attacco esplosivo, in cui non si può non citare Timothy Weah, figlio del celebre George. Una menzione speciale per l’iraniano Taha Shariati, simbolo con Younes Delfi di un Team Melli capace di spingersi fino ai quarti.

JUAN MIRANDA (2000, Barcellona)

Se per portieri e centrali è stato complicato trovare una prima scelta, a sinistra viene in automatico il nome del blaugrana Juan Miranda, giocatore completo, sia dal punto di vista fisico che tecnico. Attacca e difende con una vistosa personalità e un passo che lo proietteranno verso grandi palcoscenici. La continuità delle sue scorribande offensive ha permesso al CT Santiago Denia di avere un importante appoggio laterale quando Sergio Gómez, sulla carta ala, si accentrava per dar libera creatività al suo destro.
Da applausi pure il Mondiale dell’inglese Jonathan Panzo, altro atleta di stazza e temperamento, che, visti i trascorsi da centrale difensivo (in quella posizione dominò nello sfortunato europeo U17 2017), ha puntato le sue fiches sull’ordine e sulla sicurezza dei propri mezzi, specie di quelli mentali.

TASHAN OAKLEY-BOOTHE (2000, Tottenham)

Se per la nostra top 11 abbiamo scelto un modulo che bada soprattutto allo spettacolo, per il centrocampo era necessario opzionare un talentino che sapesse adoperarsi in più lavori. E nessuno più di Tashan Oakley-Boothe ha corrisposto all’identikit ricercato. Il fatto che si sia spostato dal sud di Londra per frequentare l’Highbury Grove School, una sorta di liceo musicale, non è un caso: nel cuore del campo il gioiello degli Spurs ha guidato come un direttore d’orchestra la manovra inglese. È dinamico, aggressivo sul portatore di palla ma piuttosto pulito nei tackle, sa muovere la palla, condurla con una bella tecnica e scaricarla all’occorrenza, non scartando l’ipotesi di inserirsi negli half spaces.
Più simile a una mezzala, invece, il brasiliano Marcos António, fra i pochi a mantenere alto il nome di una Nazionale che aveva stravinto l’ultimo Sudamericano di categoria. Muovendosi a elastico, il volante dell’Atlético Paranaense ha cucito le trame del gioco verdeoro, non sempre brillante e celere come il calcio moderno richiede, e interagito con un tridente in cui l’unico che ha veramente lasciato il segno è stato Paulinho. Quest’ultimo è un esterno con pochi fronzoli, che può partire da entrambi i lati dell’attacco e affondare i colpi, grazie a un cambio di passo e un controllo in corsa di marca sudamericana.

PHIL FODEN (2000, Manchester City)

La certezza del Mondiale. Golden Ball meritato, ben oltre le parole zuccherate di Pep Guardiola che lo ha definito “un calciatore speciale”. Questione di carattere e di spessore atletico e tecnico. In finale, sotto di due reti, si è caricato l’Inghilterra sulle spalle e l’ha trascinata al di là del guado, mettendo, cosa da non sottovalutare, in grande imbarazzo lo spagnolo Miranda. Che agisca lontano dalla porta o l’aggredisca rientrando sul suo piede preferito, il sinistro, è difficile per chiunque lo affronti prevederne le intenzioni. Strappi continui, sterzate, triangolazioni con la fidata sponda Morgan Gibbs-White (che si è preso delle pause, ma quando è stato in giornata ha mostrato lampi da top player), imbucate improvvise, tiri velenosi. In poche parole: una forza della natura, pur non disponendo di un fisico statuario.
La concorrenza nel suo ruolo è impallidita al suo cospetto, benché vada dato credito alle folate dei maliani Hadji Dramé e Djemoussa Traore, e alle geniali intuizioni del giapponese Keito Nakamura, sempre pronto a seguire l’azione, servire, spesso accarezzando la sfera con tocchi di prima, i giovani Samurai Blu o a risolvere la situazione in proprio (4 reti, fra cui un tris all’Honduras).

CÉSAR GELABERT (2000, Real Madrid)

A Madrid, sponda blanca, si sfregano le mani: César Gelabert possiede l’x factor per dominare la trequarti del Real per gli anni a venire. Dominarla con uno stile unico, perché il diciassettenne canterano dell’Hércules non veste i panni del classico numero 10 tutta classe e fantasia. Anzi, con le sue lunghe leve a volte può sembrare finanche sgraziato nel suo caracollare per il campo. Illusione, perché il figlio di Juanmi, difensore del Siviglia all’inizio degli anni zero, è una mezzapunta polivalente: qualità, progressione palla al piede ma anche tanta legna. Giocatore ideale per recuperare palla in zona d’attacco, ripartire velocemente e creare superiorità numerica.
Abili fra le linee, pur partendo da posizioni più defilate, anche Yacine Adli, con Maxence Caqueret il cervello della Francia, Andrew Carleton, una delle frecce nella faretra “a stelle e strisce”, e Sergio Gómez, nominato Silver Ball e autore dell’inutile doppietta spagnola contro l’Inghilterra.

CALLUM HUDSON-ODOI (2000, Chelsea)

Era in India come vice-Sancho e alla fine nessuno si è accorto della prematura partenza dell’esterno in forza al BVB. Callum HudsonOdoi ha subito indossato i panni del protagonista e triturato, con la sua elasticità muscolare, ogni opponente che si trovasse dinanzi. Un’accelerazione illegale per la categoria, tanto che pure illustri colleghi come Wesley e Mateu Morey, quest’ultimo miglior terzino destro dell’Europeo di qualche mese fa, ne hanno fatto le spese. L’ala del Chelsea è stata un’autentica furia nell’uno contro uno, fornendo cioccolatini per i compagni e concludendo anche in prima persona.
Piazza d’onore per l’esterno messicano Diego Laínez, minuto ma con un sinistro fatato. Ha già calcato i campi della Liga MX diventando il più giovane debuttante dello storico Club América.

RHIAN BREWSTER (2000, Liverpool) / ABEL RUIZ (2000, Barcellona)

In attacco non sono mancati bomber di razza, dal tedesco JannFiete Arp, un lampo nell’avventura in chiaroscuro della Germania, e dal maliano Lassana NDiaye, fino al francese Amine Gouiri, lo statunitense Josh Sargent e il nipponico Take Kubo. I gemelli del gol però sono solo loro due: Rhian Brewster e Abel Ruiz. Micidiali sotto porta ma tanto diversi fra loro. Lo spagnolo è un centravanti moderno, forse non bellissimo da vedere ma molto utile per la coralità del gioco di squadra. Mai un punto di riferimento all’avversario, mai un movimento banale o una goccia di sudore lasciata sulla fronte. Lo spagnolo dà e si dà che è un piacere, offrendo assistenza e spazi a grappoli alle altre “Furie Rosse”. Sta spesso lontano dalla porta, ma questo non gli ha impedito di conquistare la palma di miglior marcatore di sempre dell’U17 spagnola.
Altre peculiarità l’inglese, decisamente più finalizzatore. Partecipa poco alla manovra eppure è sempre lesto a piazzare la zampata vincente. 8 per l’esattezza, con due hat-trick: l’ideale per conquistare il titolo di capocannoniere. Klopp, che lo ha già impiegato e lo ha osservato da lontano, non può che esserne soddisfatto.

Chiudiamo l’elenco con altri 6 “convocati”, uno per ogni confederazione. Le Nazionali dell’OFC, come preventivabile, hanno raccolto poco. Due punti in totale, equamente divisi fra Nuova Zelanda e Nuova Caledonia. Dei primi segnaliamo Willem Ebbinge, classe 2001, numero 10 sulle spalle e Dennis Bergkamp come idolo. Per l’AFC il nome buono è quello dell’attaccante iracheno Mohammed Dawood, mentre la CONCACAF risponde con l’honduregno Carlos Mejía, che Jorge Luis Pinto in persona ha raccomandato al Barcellona, e la UEFA con Marc Guehi, baluardo di origini ivoriane della difesa laureatasi campione del Mondo. Chiudiamo con la punta del Flamengo Lincoln e la rivelazione del torneo: Salam Jiddou. Un trequartista come non se ne vedevano da anni in Africa. Fisico longilineo, tocco raffinato, facilità di calcio, corsa composta e a testa alta, sguardo periferico e il potere di calamitare a sé un’intera squadra che per caratteristiche guardava da tutt’altra parte. Magari non lo vedremo mai nei tornei del Vecchio Continente, ma come tanti altri suoi coetanei ammirati in India merita le migliori fortune.

Credits
Foto ©LaPresse