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FK Obilić, nelle stanze di Arkan

Qualche settimana fa si è giocato un nuovo veciti derbije, il ‘derby eterno’, una delle rivalità che fa tremare i Balcani e non solo, perché come amano strillare a squarciagola i Delije, uno dei gruppi ultras più pericolosi d’Europa, il loro rumore “si ode fino a Istanbul!”. Stadio Marakana, Stella Rossa-Partizan, quella partita dove è sempre difficile tenere il conto tra feriti, arresti, ma è tremendamente facile, scontato prevedere che non sarà mai una giornata tranquilla.

FK Obilić

Avvertenza per il lettore: questo articolo non parla del derby belgradese per eccellenza. Non sarà l’ennesimo racconto della celeberrima ginocchiata di Boban, delle gesta di Ivan Bogdanov o di altro di cui tanto, in certi casi forse troppo, è già stato scritto e detto.

Questa è la storia di una squadra che, ancora oggi, fa i conti col suo passato, la cui eredità consiste poco più che in una coppa arrugginita, uno stadio che cade a pezzi e tanti racconti da far venire i brividi.

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La leggenda narra che la notte del 15 giugno 1389, a Kosovo Polije, un angelo si aggirasse nell’accampamento dei Serbi, pronti alla battaglia contro i nemici Ottomani. L’angelo fu ricevuto dal condottiero serbo, il principe Lazar Hrebeljanović. Questi si vide offrire l’ardua scelta tra un regno terreno e un regno celeste: scelse il secondo. Fu così che l’esercito serbo venne sconfitto da quello ottomano nella ‘battaglia della Piana dei Merli’, dando inizio a una dominazione repressiva durata cinquecento anni.

Ma quella notte i serbi si presero una piccola, grande rivincita.

Uno dei cavalieri più valorosi del principe Lazar si addentrò nell’accampamento nemico. Si dice che arrivò fino alla tenda del sultano Murad I. Il cavaliere riuscì a infliggergli diverse pugnalate fatali, ma di lì a pochi istanti la morte si prese anche la sua vita, quando le guardie reali lo uccisero senza pietà.

La leggenda narra che il cavaliere fosse il figlio di un drago, e che il suo nome fosse Milos Obilić.

Una grossa parte dell’identità culturale serba ha le sue radici in quell’epoca molto lontana, in particolare intorno a quel principe e a quel cavaliere.

Pensate alla data tatuata sull’avambraccio destro di Bogdanov: 1389, non a caso, o al fatto che i serbi amino definirsi il ‘popolo celeste’.

L’eredità di Milos Obilić rieccheggiò nei secoli, fino a quando, nel 1924, un gruppo di giovani belgradesi fondò il Fudbalski Klub Obilic. Non ci fu gloria di alcun tipo per più di settant’anni, almeno finchè il club non venne rilevato da un esponente della malavita belgradese, al tempo ormai tristemente noto a tutto il mondo. Un ex agente dell’UDBA – i servizi segreti jugoslavi -, un uomo senza scrupoli, forse autoconvintosi di essere una sorta di Milos Obilić contemporaneo. Un mercenario dallo sguardo fermo e dal soprannome famigerato, che prese per mano una squadra disastrata e la portò nell’elite del calcio balcanico, con ambizioni di alta, altissima Europa. Un piano perfetto e apparentemente lanciato verso un’incredibile riuscita.

Novembre 2012, mi trovavo a Belgrado per scrivere un reportage su Stella Rossa-Partizan. Dopo una vera e propria notte di passione al Marakana, io e il mio collega abbiamo una giornata libera, ma c’è un posto nella capitale che secondo noi è una tappa obbligata.

FK Obilic -7- Photo Andrea Avanzini

Il cancello è aperto, basta fare due passi per accorgersi che lo stadio dell’Obilić cade letteralmente a pezzi, sembra quasi abbandonato. Nessun controllo, barriere o tornelli. Salgo una rampa di scale fino alla media zone: le cabine dei telecronisti sono semi distrutte, molte finestre senza vetri, tavoli arrugginiti o di un legno ormai quasi marcito; non ci sono nemmeno le prese di corrente, solo qualche sedia lasciata lì, chissà da quanto tempo.

FK Obilic -1- Photo Andrea Avanzini

Vado a sedermi sugli spalti vuoti, non si sente nulla, solo un vento che sbatte contro le inferriate che separano gli spalti dal campo. Desolante, alla faccia della memoria di Milos Obilić.

FK Obilic -3- Photo Andrea Avanzini

Mi avvio verso l’uscita, fermandomi ancora qualche minuto a guardare il campo, in piedi di fianco all’edificio di sei piani che fa parte del complesso dello stadio. Il mio collega arriverà a momenti, penso. A un tratto, sento una mano picchiettarmi la spalla. Un signore sulla sessantina mi chiede in maniera cortese chi io sia. Immagino si tratti del custode, forse solo un passante, chi lo sa. Di certo incappiamo in qualche incomprensione linguistica, almeno finchè non riesco a spiegargli cosa ci faccia lì. Mi dice, ridendo, “This is not Marakana, my friend!”, mentre il mio collega ci raggiunge in quell’istante. Gli spieghiamo che siamo lì perché la storia dell’Obilić ci ha sempre affascinato molto. Il viso dell’uomo allora cambia espressione, facendosi molto più serio. Tira fuori un mazzo di chiavi e apre la porta dell’edificio di fronte cui ci troviamo: “Come with me”. Lo seguiamo, un paio di rampe di scale e ci troviamo di fronte a una grande porta spalancata.

FK Obilic -4- Photo Andrea Avanzini

Dal basso verso l’alto: un tappeto e una scrivania, entrambi con lo stemma del club; un computer e la statua dorata di una tigre, minuziosamente riposta in una teca di vetro; la foto della squadra campione del 1998; tutto questo sotto il controllo dello sguardo di Zelijko Raznatovic, immortalato in una foto che ti penetra le ossa.

Siamo entrati in quello che fu l’ufficio di Arkan.

Chi ci ha aperto la porta della stanza del Comandante è Ljubinko Jeftic, al tempo segretario generale del club. Ci dice di aver conosciuto personalmente Arkan, “a great football fan”. Ricopre con orgoglio la carica da quando l’ex presidente del club, Zarko Nikolic, lo scelse personalmente.

E Arkan, allora?

Passo indietro: il 31 marzo 1999 Louise Arbour, procuratore capo del Tribunale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, annunciò l’incriminazione della Tigre con l’accusa di crimini contro l’umanità e spiccò un mandato di cattura, con tanto di taglia sulla testa di cinque milioni di dollari. L’UEFA, di conseguenza, non poté far altro che obbligare l’Obilić a rimuovere Raznatovic da tutte le cariche istituzionali. Il Comandante cedette quindi la presidenza alla moglie Svetlana (da queste parti nota come Ceca), la quale rimase ‘madrina del club’, delegando a sua volta la carica di presidente a Nikolic. Tuttavia, Arkan continuò a lavorare attivamente per il club. Le storie a riguardo sono tante, molte sono raccontate perfettamente da Christopher Stewart nel suo libro “Arkan, la tigre dei Balcani”: arbitri, dirigenti, intere squadre minacciate di morte in caso di vittoria contro i ‘Cavalieri’; giocatori costretti a cambiarsi nel parcheggio dello stadio per paura di respirare gas inibitore diffuso attraverso i condotti di ventilazione degli spogliatoi; un campionato messo in ginocchio. Di storie simili ce n’è a volontà.

Le attività illecite di Arkan e del suo management si inserirono perfettamente nel fango e nella corruzione dentro cui il calcio balcanico era costretto a vivere durante i tardi anni ’80 e ’90.

Ad esempio, molti contratti venivano risolti unilateralmente, le eventuali penali pagate ‘di tasca propria’ dagli agenti dei giocatori, che stranamente avevano spesso più di una collusione con i grandi boss della zona. I giocatori si trovavano poi o senza contratto o tremendamente svalutati, favorendo l’inserimento finale delle grandi squadre, che ottenevano un atleta di valore a un prezzo stracciato, finendo ovviamente col pagare un lauto compenso all’agente. Di conseguenza, da quando Arkan era divenuto il boss dei boss una parte consistente delle maggiori transazioni del calcio nazionale passavano al suo vaglio, in particolare quelle che interessavano i trasferimenti ‘domestici’ dei giocatori di alto livello.

L’esempio più celebre è probabilmente quello di Nikola Lazetic, una vecchia conoscenza del calcio italiano.

All’epoca uno dei migliori prospetti del calcio serbo, il centrocampista si trova nell’ufficio di Arkan, penna alla mano, con firma posta su un contratto all’inizio della stagione 1999-2000. Tutto regolare, a parte l’essere stato condotto negli uffici della Tigre forse un po’ controvoglia: si racconta che venne chiuso nel bagagliaio di una macchina e portato lì a forza. Non ci sorprenderemmo di certo se ci dicessero che finì col firmare in bianco…

In tutta questa rassegna di illegalità, il neopromosso Obilić vinse il campionato nella stagione 1997/1998.

Fu senza dubbio il punto più alto della storia del club, oggi ricordato con un murales dipinto sui muri dello stadio. Sul muro adiacente, il comandante fa la guardia allo stadio.

FK Obilic -2- Photo Andrea Avanzini

Come conseguenza del campionato vinto, la squadra si ritrovò a giocare i preliminari di Champions League, qualcosa di impensabile fino a poco tempo prima. Dopo un primo turno contro gli islandesi dell’IBV, liquidati senza problemi, avversario fu il Bayern Monaco di Lothar Matthaus, che di lì a pochi mesi avrebbe sfidato il Manchester United nella pazzesca finale di Barcellona. I tedeschi passano facile (4-0 e 1-1), ma come da regolamento i ‘Cavalieri’ finiscono nei turni preliminari dell’allora Coppa UEFA. L’Atletico Madrid di Arrigo Sacchi li spazza via, 토토사이트 문도풋볼 ma la soddisfazione e le speranze per un futuro ricco di soddisfazioni restano, almeno a livello nazionale.

In fondo, chi mai potrebbe pensare di opporsi alla squadra della Tigre?

A questo punto, invece, ci sono due svolte molto brusche nella storia dell’Obilić. Innanzitutto i presidenti delle altre squadre decidono di dire basta. Arkan stava letteralmente manipolando il calcio nazionale a suo piacimento, di conseguenza per le storiche grandi del calcio serbo – leggi Stella e Partizan – la situazione iniziava a diventare difficile, soprattutto dal punto di vista economico. Un esempio concreto? I tifosi della Stella Rossa sono ancora oggi convinti che la cessione di Dejan Stankovic alla Lazio divenne necassaria per rimpinguare le casse del club, in evidente difficoltà vista la mancata qualificazione ai turni preliminari di Champions League. È chiaro che al tempo non era logico pensare di trattenere in Serbia un diamante come lo Stankovic ventenne, ma alla luce dei fatti questa teoria è ben lontana dall’essere pura fantascienza.

L’idea dei club era quindi semplice: Arkan non può ammazzarci tutti, dobbiamo stare uniti.

E in effetti, il vento cambiò. L’Obilić andò vicino a bissare la vittoria dell’anno precedente, ma si classificò secondo. Poi arrivarono due terzi posti, prima del definitovo declino: la stagione 2005/2006 vide i Cavalieri retrocedere, l’inevitabile inizio di un crollo verticale, violento, inesorabile. Nel frattempo, andò anche peggio a colui che aveva immaginato un futuro dorato per il suo club e per la sua fama. Ricercato dalle polizie di tutto il mondo, incriminato per crimini dicontro l’umanità e pulizia etnica, sempre più potente e a tratti fuori controllo, al punto da pensare di far uccidere l’allora presidente dell’UEFA Johansson, forse colpevole di essere il rappresentate più alto dell’organo che ordinò la deposizione di Arkan da presidente del club. L’attentato non si verificò mai, per mancanza di un’opportunità concreta, si dice.

Quel che è sicuro è che l’ora della Tigre era giunta.

Il 15 gennaio 2000 era una classica giornata belgradese del post conflitto in Kosovo: tanto grigio e indelebili segni di bombardamenti sui muri della città, poca voglia di sorridere, ma la solita tanta, tenace determinazione del popolo celeste. Belgrado sembra sulla via giusta per rinascere, la gente non ha più paura di saltare in aria andando al lavoro. Solo che, a tratti, la capitale serba diventa il Far West. È pieno pomeriggio quando nella sala da thé dell’Intercontinental Hotel un poliziotto ventitreenne si avvicina alla Tigre e lo fredda a colpi di pistola, da dietro, in silenzio, senza che nessuno riesca a intervenire in tempo.

Milos Obilić aveva fatto scuola.

Il resto è una disperata corsa all’ospedale, un funerale trasmesso in diretta TV; una vedova, Ceca, in un fermo e inquietante silenzio. Ci sono tante teorie su chi abbia commissionato l’esecuzione: forse fu Slobodan Milosevic, sempre più deciso a ripulire la sua immagine, sporca del sangue della gente dei Balcani; forse il poliziotto era stato corrotto da qualche boss belgradese che aveva stabilito che fosse giunto il momento di sbarazzarsi di Arkan, proprio come i presidenti delle squadre fecero con l’Obilić. O Forse l’unico a comprendere la verità fino in fondo fu solo il comandante Raznatovic, un attimo prima di spirare.

Ljubinko Jeftic, segretario generale dell’Obilić e nostro cicerone nelle stanze della Tigre, non parla di nulla di tutto ciò.

L’evidente barriera linguistica è certamente un ostacolo non da poco, ma la sensazione generale è che la reticenza dell’uomo sia piuttosto giustificata.

Perché raccontare ancora di minacce, rapimenti e omicidi come fanno tutti?

Dicono che il passato torni sempre, in qualche modo. Figuriamoci poi nel calcio, dove gli strascichi di ciò che è stato restano sempre indelebili, nel bene e nel male, pronti a tornare stagione dopo stagione. Il tempo sembra non passare, vent’anni possono sembrare venti minuti, perché quei ricordi, quelle grida, quelle sensazioni sono sempre lì a farti compagnia. In certi casi però certi retaggi del passato sono dei veri e propri fardelli, qualcosa di decisamente più ingombrante di coppe, statistiche o figurine. Vengono considerati con riluttanza, soprattutto se si tratta di sospetti, macerie, cicatrici, graffiti. L’uomo preferisce mostrarci il trofeo del campionato vinto nel 1997/1998, sistemato meticolosamente su un piedistallo abbellito da una sciarpa della squadra. Ci lascia dare un’ultima occhiata all’ufficio. Sorridiamo, lo ringraziamo per la gentilezza e usciamo. La grande porta della stanza si chiude dietro di noi.

FK Obilic -6- Photo Andrea Avanzini

Oggi il Fudbalski Klub Obilić naviga nelle acque più basse del calcio serbo, ma resta l’unico club ad aver interrotto il dominio di Stella Rossa e Partizan, mentre Arkan riposa nel lotto 91 del Novo Groblje, protetto da una lapide di marmo nero recante lo stemma della Guardia Volontaria Serba, le Tigri.

FK Obilic -5- Photo Andrea Avanzini

Se il derby giocato al Marakana o al Partizana fa sempre eco in tutto il globo, c’è un desolato angolo di Belgrado, dedicato a un eroe mitologico, dove il passato è l’unica cosa a cui aggrapparsi. Sono sparite le grida, le speranze di un grande futuro; ciò che rimane è un vento freddo che sibila tra file di seggiolini vuoti. Oggi, nello stadio dell’Obilić, il ruggito della Tigre è solo poco più di un ricordo lontano.

Photo: Andrea Avanzini