Lo Zulte Waregem di Francky Dury: dalla quarta serie all’Europa

Tenere in piedi un rapporto, specie se duraturo, richiede essenzialmente cura. Talvolta è necessario scendere a compromessi e attingere in maniera copiosa dalla tinozza in cui si tengono pazienza e dedizione, ma per coltivare un legame vero non possono passare in secondo piano la chiarezza e il coraggio nel mettersi di continuo in gioco. Francky Dury, tecnico dello Zulte Waregem, oggi terza forza del campionato belga e inserito nel girone della Lazio in Europa League, potrebbe senza dubbio alcuno dare lezioni a riguardo.

Venticinque stagioni insieme in tre epoche diverse: non si sfocia nell’eresia se si afferma che non può esistere “Essevee”, così è anche chiamato il club biancorosso, senza il volto, fiero e segnato dal lascito del tempo, di Dury.

Fatta eccezione per una piccola parentesi a Gand (nel 1993/94 al KRC Gent e, sedici anni dopo, ai rivali del KAA Gent), il poliziotto di Roeselare ha saputo stringere con il piccolo club delle Fiandre Occidentali una relazione unica e solida, vivendo alcune delle tappe fondamentali della storia recente della creatura dell’imprenditore Willy Naessens, presidente dal 1983 al 2013. Quasi un record per il calcio belga, secondo solo a Eddy Wauters, a capo dell’Anversa per quasi mezzo secolo.

 Dopotutto ne “la residenza del clan Waro” – questo il significato del nome della città -, il calcio è stato sempre sinonimo di unione: nel 1946, lo KSV Waregem nacque dalla fusione fra Waregem Sportief e Red Star Waregem (nella foto sotto in una formazione del 1930), due delle primissime realtà sportive locali, e anche l’odierno Zulte fece altrettanto nel 2001, figlio dell’incontro fra il KSV e Zulte VV. Proprio in quell’anno, con Dury al comando, la squadra vince la Derde Klasse, il terzo livello del campionato nazionale, mettendosi in moto verso la Jupiler Pro League, raggiunta, sempre con il proprio allenatore-totem, nel 2005.

365 giorni più tardi arriverà la vittoria in Coppa di Belgio, bissata nel passato mese di maggio, e la prima qualificazione assoluta in un torneo UEFA.

A Dury, con merito, va il premio come miglior tecnico della stagione. Mai nessuno prima di allora aveva vinto quel riconoscimento svolgendo quotidianamente un’altra professione. Da lì in poi, poggiare sul letto la divisa d’ordinanza e il distintivo per indossare scarpette e tuta da ginnastica diventerà un’azione sempre meno frequente, fino a trasformarsi in uno sbiadito ricordo.

Chiara e intatta, invece, è rimasta la filosofia alla base del suo lavoro, fondato su tre capisaldi, legati indissolubilmente fra loro: la felicità, il rapporto con il gruppo e i risultati.  Riassumendo in poche parole, se non costruisci giornalmente un’atmosfera di armonia e serenità con lo staff, la società e i calciatori, difficilmente avrai delle vittorie a farti compagnia. Può sembrare un concetto banale ma non lo è, a maggior ragione quando sei costretto a fare, per esperienza, di necessità virtù.

Quando siamo stati promossi in prima divisione nel 2005, avevamo dai 3 ai 5 milioni di budget. In rosa avevo un solo un assistente e il preparatore dei portieri a darmi sostegno. Abbiamo dovuto imparare a fare attenzione ai conti e scegliere i giocatori giusti,

ha detto lo stesso Dury in una vecchia intervista alla FIFA. Essere scrupolosi, evolversi e rinnovarsi, senza perdere la propria essenza. “Un club privo di identità non durerà molto”. Così ama sostenere il quasi 60enne belga. Una sentenza che trova conferma nella realtà, soprattutto per un’ossessione per i dettagli che tocca anche la sfera personale dei singoli atleti a disposizione: nessuna intromissione nel privato ma tanta attenzione allo stile di vita e all’aspetto emotivo.
Dury coccola corpo e mente e forse anche per questo molti dei suoi ex-giocatori, fra cui il neo-monegasco Soualiho Meïté, non esitano a definirlo pubblicamente “un secondo padre”. Un genitore che è cosciente di quanto nel calcio sia fondamentale tramandare insegnamenti ma soprattutto non smettere mai di imparare. Una parte di quanto appreso lo ha portato via dall’Italia, fra una visita a Milan Lab e una alla Sisport, assistendo alle sedute di Marcello Lippi ai tempi della Juventus. Concetti, quali gestione del fisico e mentalità, che ha provato a trasmettere, con successo, a Waregem, esercitando concentrazione e tempi di risposta. Quando lo chiamano il “Guy Roux del Belgio” si schernisce e guarda avanti: “Nel calcio l’obiettivo è trovare una soluzione prima dell’avversario”.

La capacità di adattamento è al centro dei discorsi e dei pensieri di Dury. Solo nell’ultimo lustro dal Regenboogstadion, un impianto che deve il nome alla maglia iridata destinata al campione mondiale di ciclismo (letteralmente Stadio Arcobaleno), sono partiti giocatori come Junior Malanda, Sven Kums, Idrissa Sylla, Thorgan Hazard e, nella recente finestra di mercato, il già citato Meïté e Mbaye Leye, capitano e vero leader dello spogliatoio dell’Essevee. Per questo, in campo, creatività (Dury insiste parecchio sulla rapidità di pensiero nelle scelte di gioco, attivo o passivo che sia) e collettivo viaggiano di pari passo. Tutto passa dalla ricerca maniacale del possesso palla come forma di controllo della gara. Allenamenti ripetuti sulle varie tipologie di passaggio e studio delle posizioni sono all’ordine del giorno.

Nel suo modo di intendere il calcio, i moduli e le interpretazioni degli stessi sono lineari: sarà sempre necessario far blocco centrale, creare ampiezza e impedire sul nascere la manovra avversaria, nel minor tempo possibile.

Che si adotti il 4-3-3 o, come in questo inizio di stagione, il 4-2-3-1, la costante è la connessione fra il movimento del singolo e quello dei restanti compagni di squadra e l’abilità nel rimodellarsi in caso di errore o perdita della sfera. Nessuna primadonna ma tanti buoni interpreti per un’idea precisa e ricercata. In una difesa che vede fra i pali l’italiano Nicola Leali, che ha vinto il ballottaggio con Louis Bostyn per prendere il posto dell’infortunato Sammy Bossut, spicca l’assortimento dei terzini: diligente ed esperto Davy De Fauw a destra, più intraprendente e muscolarmente reattivo Brian Hamalainen sul versante opposto. Il danese è una delle armi a disposizione di Dury, specie se sul suo lato gioca inizialmente Onur Kaya, un dieci libero di creare e liberare lo spazio per le avanzate dell’ex Lyngby, puntuale e utile per cercare teste amiche a centro area, una delle quali corrisponde al nigeriano Peter Olayinka, vecchia conoscenza di MondoFutbol.

Arrivato in Belgio dagli albanesi dello Skënderbeu, ha ben presto conquistato il ruolo di terminale unico offensivo biancorosso, dopo essere partito ala sinistra per sfruttare il suo scatto e dare il cuore dell’area in pasto ad Aaron Leya Iseka, classe ’97 e fratello di Michy Batshuayi del Chelsea, o, con meno frequenza, a Ivan Šaponjić, campione del mondo U20 con la Serbia nel 2015. Velocità a cui Olayinka ricorre per trasformarsi nel tassello finale del lavoro di pressing della squadra.

In fase di non possesso lo Zulte si schiera in due linee da quattro abbastanza alte e il trequartista è il primo a portare manovre di disturbo alla costruzione del gioco dell’avversario.

Recuperata palla, l’obiettivo è verticalizzare subito per accendere i muscoli elastici del proprio centravanti, ben assistito da due esterni svegli e tecnici, uno dei quali Nill De Pauw, un veterano della Jupiler Pro League, a lungo punto di forza del Lokeren di Peter Maes, insieme proprio a Kaya e Leye. Da jolly fa Sander Coopman, longilineo centrocampista offensivo/ala di scuola Club Brugge, mentre più solide le candidature per le coppie centrali. In difesa spazio a Michaël Heylen, in cerca di rivincita dopo la scarsa considerazione avuta dall’Anderlecht, e Timothy Derijck, tanti anni di Eredivisie e due trofei (Coppa e Supercoppa d’Olanda) con il PSV di Mertens e Strootman.
A centrocampo, invece, il vigore atletico del 19enne ivoriano Idrissa Doumbia (se le premesse sono queste ne sentiremo parlare presto) ben si completa con le geometrie e l’ordine tattico di Julien de Sart, abile anche a districarsi in situazioni scomode, grazie a una falcata e un controllo palla non propriamente da mediano vecchia scuola. Pochi tasselli ma messi al posto giusto e con compiti precisi perché, come direbbe lo stesso Dury,

un allenatore è come un compositore che crea una sinfonia, ma poi l’orchestra deve sapere come suonare.

 

Foto di copertina ©AFP
Foto di Francky Dury ©Belga Image
Foto Red Star Waregem ©AKSV Waregem
Foto Regenboogstadion ©Pol Van Hauwaert
Foto Peter Olayinka ©La Nouvelle Gazette