Il fútbol cileno e la crisi in Copa Libertadores e nella Sudamericana

Il Cile è attualmente bicampione sudamericano. Nonostante questo, i quattro club cileni che sono scesi finora in campo nelle due competizioni internazionali del continente, la Copa Libertadores e la Sudamericana, non hanno ottenuto risultati positivi, come d’abitudine negli ultimi cinque anni.
Deportes Iquique e Palestino hanno perso in casa contro Guaraní e Atlético Venezuela, la Católica ha raggiunto il pareggio nel finale in Brasile contro l’Atlético Paranaense e solo l’O’Higgins ha conquistato i tre punti contro il Fuerza Amarilla. Durante i turni preliminari della Libertadores, erano già stati eliminati l’Unión Española e il Colo Colo, l’unico club cileno capace di trionfare nella competizione, nel 1991, guidato da Mirko Jozić. Il croato sostituì Arturo Salah (l’attuale presidente della ANFP) e, con il suo schema “a diamante” e la ristrutturazione del settore giovanile degli Albos (in seguito chi si occuperà dei ragazzi sarà un giovane José Pekerman), cambiò la storia del calcio cileno.
Questo ennesimo esordio negativo sulla scena continentale non costituisce un buon presagio e ha lasciato l’amaro in bocca alla stampa calcistica nazionale, che già da tempo si interroga sulla scarsa competitività del torneo locale.
Se consideriamo i dati, dal 2011, anno in cui la U de Chile vinse la Copa Sudamericana, solo in due occasioni squadre cilene hanno superato gli ottavi di finale e sono arrivate alle semifinali: la stessa U de Chile nel 2012 in Libertadores e la Universidad Católica nella Sudamericana dello stesso anno.

Un rendimento troppo povero se paragonato a quello della nazionale che probabilmente sta vivendo il suo miglior momento, potendosi godere la più forte generazione della sua storia.

COLO COLO VS ATLETICO MINEIRO

Secondo quanto argomentano molti media cileni, i problemi principali risiedono nel basso livello del campionato e nella crisi finanziaria che ha travolto e travolge la maggior parte delle società. Club storici come il Santiago Wanderers, la squadra degli inizi del Pek David Pizarro, e il Cobreloa, che è stato due volte a un passo dalla Copa Libertadores nel 1981 e nel 1982 (sconfitto rispettivamente da Flamengo e Peñarol), è in bancarotta, o quasi. In generale i club non hanno più soldi, tanto che nel 2015 si sono addirittura spartiti i proventi della federazione nazionale derivanti dal successo in Copa América.
Questa mancanza di risorse economiche obbliga le dirigenze a pensare solo al futuro immediato e a vendere ai primi offerenti i talenti del settore giovanile che spiccano di più. Successivamente, utilizzano il denaro guadagnato per l’acquisto di giocatori mediocri dall’estero, invece di costruire un sistema giovanile produttivo e pianificare un progetto che possa portare loro dei benefici a lungo termine. E, in definitiva, tutto ciò provoca anche una bassa affluenza del pubblico allo stadio.

Copa America 2015 - Semifinale Cile vs Peru'

Il fútbol cileno non attira, non intrattiene, non diverte, ma si limita a sopravvivere.

I miracoli creati da Jorge Sampaoli con la Roja (più che fondamentale il lavoro precedente di Marcelo Bielsa, mentre Pizzi ha dovuto “solo” salvaguardare ciò che aveva costruito l’attuale allenatore del Siviglia) e la U de Chile assomigliano a oasi nel deserto. Due opere d’arte che restano isolate all’interno di un quadro desolante e, apparentemente, senza futuro.

Sembrano passati secoli da quando il campionato cileno era considerato il settimo nel mondo (davanti a quello francese, per esempio) dalla IFFHS. Ora la realtà afferma che solo le squadre venezuelane hanno fatto peggio.

È necessario lavorare molto per far sì che il calcio cileno torni a splendere.

Foto ©LaPresse