L’identità macedone

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Il talent scout Pierluigi Casiraghi, solo omonimo dell’ex centravanti, ha visitato tutto il mondo alla ricerca di giovani interessanti per l’Inter. Umanità unica, miniera di aneddoti, di giocatori presi o persi per un soffio, di felici intuizioni e di qualche rimpianto, il “Casi” ricorda ancora quando su una anonima tribuna di un torneo giovanile in Ungheria, nota un paio di ragazzi che gli stimolano attenzione.
Uno, Goran Pandev, sarà in futuro un titolare dell’Inter del Triplete, l’altro Aco Stojkov, non ha mai conosciuto il grandissimo calcio, a cui in realtà doveva aspirare, anche perché, visto che non tutto è noto dall’inizio, il più talentuoso in campo, era il secondo.

Due ragazzi di talento, tesserati nerazzurri per la stagione 2001/02, ambasciatori calcistici di un Paese che era solo da alcuni anni diventato indipendente, la Macedonia.

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Una generazione di talenti che oggi il Paese sembra rivivere, almeno se facciamo caso ai risultati: la selezione under 21 si è infatti per la prima volta qualificata per il prossimo Europeo di categoria.

Molto a sorpresa.

È il più importante risultato calcistico della storia della Macedonia. Una storia complessa.

Agli inizi del XIX secolo la Macedonia, sotto l’Impero Ottomano, era il classico crogiolo balcanico di culture, etnie, lingue e religioni. Gli stati limitrofi, Bulgaria, Serbia e Grecia, prevedendo il crollo del regime orientale, pensavano già a come annettere questa regione, geograficamente e strategicamente rilevante. E cominciarono a promuovere la corrente del “Macedonismo“, un concetto, probabilmente infondato, che confermava l’esistenza di una nazione macedone, che sfruttavano a proprio piacimento per accaparrarsi più consensi possibili a Skopje e dintorni.

Il Comintern con la risoluzione dell’11 gennaio 1934, con cui veniva confermata ufficialmente l’esistenza della nazione macedone, aveva messo tutti d’accordo, per favorire l’ingresso della Macedonia all’interno della futura federazione jugoslava ed evitare diatribe relative alla sua spartizione.

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Ma sono proprio le radici etniche, la lingua, la tradizione e la storia comuni di cui sopra i fondamentali argomenti di discussione dell’eterna questione macedone, che continua ancora oggi, dopo il raggiungimento dell’indipendenza a seguito della dissoluzione della Jugoslavia.
Gli attacchi che minano l’effettiva esistenza di una chiara identità macedone arrivano da ogni lato.
Dal sud, la Grecia ha contestato al giovane stato, sin dal 1991, l’utilizzo del sole di Vergina sulla bandiera, questione a cui è stato trovato subito un compromesso, e il nome Repubblica di Macedonia o Macedonia, creando una disputa tuttora irrisolta, perché, secondo i greci, sono due elementi facenti parte della cultura ellenica dell’antico Regno di Macedonia: FYROM (Former Yugoslav Republic Of Macedonia, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia) è il nome proposto nel 1993 dall’ONU e accettato dai greci; da est, provengono, invece, le critiche più pesanti, che mettono in discussione la veridicità storica del gruppo etnico macedone: la Bulgaria, infatti, pur essendo stato il primo paese ad aver riconosciuto la Macedonia come stato, considera la nazione macedone come un sottogruppo della nazione bulgara e la lingua macedone come un dialetto del bulgaro.

In ogni caso, volenti o nolenti, al giorno d’oggi una nazione, una lingua e una cultura macedoni sono presenti e il sistema politico, soprattutto con il partito VMRO-DPMNE a partire dal 2006, sta seguendo la linea di un nazionalismo aggressivo e sfrontato cavalcando l’onda dell’”antichizzazione” della cultura locale (tra le idee per esempio il collegamento etnico tra gli attuali macedoni di origine slava e gli antichi di origine ellenica) per donare un’identità al popolo macedone.

Il progetto di riurbanizzazione “Skopje 2014”, con la costruzione di monumenti dedicati ad Alessandro Magno e al padre Filippo II, è stato finanziato proprio per sviluppare la coscienza della nazione macedone. Tutto ciò, però, finisce per escludere dalla narrativa nazionale le minoranze presenti nel territorio, in particolare gli albanesi che costituiscono il 25,2% della popolazione e sono stanziati specialmente nella zona nord-ovest del paese, tra le città di Tetovo e Kičevo (Tetovë e Kërçova in albanese, lingua ufficiale in queste città).

Macedonians celebrate 20 years of independence next to the bronze statue of Alexander the Great, in Skopje

È qui che si intromette lo sport, nel nostro caso il calcio (Фудбал, fudbal in macedone, oppure futboll in albanese), diffondendo i suoi valori di comunione e unità. Il nostro amato gioco ha preso atto dell’esistenza della Macedonia e della nazionale macedone e ci ha regalato uno dei suoi miracoli.

La nazionale under 21, l’11 ottobre scorso nel giorno dell’anniversario dell’inizio della rivoluzione macedone, si è qualificata per la prima volta alla fase finale di un campionato europeo di categoria (che si disputerà in Polonia a giugno 2017). E ci è riuscita lasciandosi alle spalle nazionali come la Francia, uno dei serbatoi di talento più floridi del mondo, l’Ucraina, l’Islanda e la Scozia. 21 punti in 10 partite, frutto di 6 vittorie, 3 pareggi e una sconfitta, indolore alla prima giornata. L’artefice di questo successo si chiama Blagoja “Bobi” Milevski, un passato da giocatore nella Stella Rossa e da allenatore del Vardar di Skopje. Nonostante condizioni di lavoro precarie, con strutture non all’avanguardia (fatta eccezione per il Ecolog Arena di Tetovo e la Philip II Arena di Skopje), ha saputo creare un gruppo solido e consapevole di poter realizzare un sogno. Per farlo, ha messo mano a tutte le risorse umane disponibili, scegliendo anche giocatori albanesi (sono sei quelli fissi in rosa, tra cui Besir Demiri, il miglior giovane del campionato locale per il portale Macedonianfootball.com) e andando addirittura a pescare possibili talenti dalla diaspora macedone, come è stato per Kuleski e Phil Petreski chiamati dall’Australia. Non ci sono interessi politici di mezzo, i ragazzi giocano per il paese nel quale vivono, un paese povero ma pieno di passione per il fudbal, un filo conduttore che lega tutti gli stati balcanici.

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Interessante osservare come la sfida decisiva contro la Scozia (vinta 2-0), che ha finalmente segnato la Macedonia sulla mappa del calcio europeo, sia stata risolta da due reti realizzate da Kire Markoski e Enis Bardhi, un macedone e un albanese, a simboleggiare la tendenza verso l’unità, quantomeno calcistica, del paese. Il CT Milevski, visibilmente euforico, dopo la partita ha dichiarato: “Negli ultimi due anni questi ragazzi hanno dimostrato come si difendono i colori nazionali. Sono sicuro che la qualità del calcio che abbiamo offerto non si vedeva da tempo nelle nostre nazionali”. La speranza è che questo risultato storico possa essere il trampolino di lancio per un movimento ancora troppo fermo e instabile e non un exploit isolato.

Perché forse Jean-Paul Sartre aveva ragione sulle potenzialità del paese dopo il devastante terremoto del 1963 che distrusse la capitale, quando disse:

Skopje non è un film, non è un thriller del quale proviamo a indovinare la scena principale. È un concentrato di sforzi umani per la libertà, con un risultato che ispira ulteriori battaglie e non conosce la sconfitta.”