L’orgoglio della Siria e il sogno di una qualificazione a Russia 2018

Una pioggia battente degna dei migliori Perugia-Juventus non è riuscita a fermare la tenacia della nazionale di calcio siriana, che ha strappato uno 0-0 contro l’Iran guidato da Carlos Queiroz nel 3° round delle qualificazioni asiatiche a Russia 2018, per poi ribadire lo stesso risultato all’ultimo secondo allo stadio “Azadi” di Tehran: sempre un miracoloso pareggio, stavolta 2-2, sufficiente a tenere vivo il sogno Mondiale ancora per qualche settimana.
Da qualche anno sembra difficile parlare della realtà siriana senza fare riferimento alla guerra civile e militare che sta logorando una terra ricca di storia (si pensi agli Assiri e alla lingua aramaica).

Lo confermano i risultati che compaiono sui motori di ricerca digitando il nome “Siria”.

Negli ultimi anni, il turismo, le arti, e lo sport hanno dovuto cedere il passo ad argomenti decisamente più drammatici: il conflitto, inizialmente interno tra governo e ribelli, successivamente si è esteso all’intervento del Daesh (“Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”) e delle opposte coalizioni. Ma questo non ha impedito alla nazionale di classificarsi seconda nel Gruppo E del 2° round di qualificazione a Russia 2018, ottenendo il pass per il round successivo e un posto di diritto nella Coppa d’Asia 2019, dopo aver vinto tutte le gare del girone ad eccezione delle due sconfitte con la capolista Giappone.

In patria, i membri della Nazionale sono chiamati Aquile di Qasioun, dal nome della montagna che sovrasta Damasco: ma queste aquile non possono volare in patria davanti ai propri tifosi a causa dell’impossibilità per la Federcalcio siriana di garantire i requisiti di sicurezza e organizzazione stabiliti dalla FIFA. Data l’impossibilità di scendere in campo in patria, la Siria gioca sempre all’estero: nell’era maxima dei social e dei diritti tv non è facile trovare una nazione disposta a farsi carico della responsabilità dell’andamento del match, e soprattutto della sicurezza di squadre e giocatori.

E invece non è mancato il supporto di Oman, Iran e Malesia che finora hanno ospitato gli incontri “casalinghi” della Siria.

Il Gruppo A del 3° round asiatico – dove attualmente è impegnata la Cenerentola del Vicino Oriente – non si poteva certo definire semplice né per la tecnica né per il temperamento degli avversari: Corea del Sud e Iran annoverano professionisti nei campionati europei; la Cina conta su mezzi economici e infrastrutture invidiabili; l’Uzbekistan e il Qatar bramano la prima apparizione alla Coppa del Mondo. Sfavorita sulla carta, la Siria ha iniziato con 5 punti ottenuti in altrettante partite: due sconfitte per 1-0 contro Uzbekistan e Qatar, due imprevedibili pareggi a reti bianche contro la Corea del Sud e l’Iran, e un successo storico in casa della Cina.
La squadra, guidata dal CT Ayman Al Hakim, può contare sui riflessi del portiere venticinquenne Ibrahim Alma, le cui parate sono state decisive contro i sudcoreani (soprattutto sulla botta di Lee Chung-Yong) e nella vittoriosa trasferta cinese.

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I tre punti conquistati il 6 ottobre 2016 a Xian hanno consacrato nella storia del calcio siriano l’autore del goal partita, Mahmoud Al Mawas, e il compagno di squadra che lo ha lanciato a rete, Omar Khribin. Questi due attaccanti giocano all’estero: Al Mawas (classe 1993) veste la maglia dei bahreiniti dell’Al Muharraq; migliore la situazione del ventiduenne Khribin, impegnato negli EAU con l’Al-Dhafra. Ad indossare la fascia da capitano è Sanharib Malki: di etnia aramea e religione cristiana, è il giocatore con maggiore esperienza europea (tra Belgio, Olanda, Grecia e Turchia), oltre che il più anziano (classe 1984).
La Siria ha partecipato a cinque edizioni della Coppa d’Asia senza riuscire a superare il primo turno; stessa cosa per quanto riguarda la sua unica partecipazione al torneo di calcio maschile delle Olimpiadi del 1980 in Unione Sovietica. Se però dovessimo contare la breve esperienza della Repubblica Araba Unita – data dall’unione con l’Egitto dal 1958 al 1961 – si potrebbero annoverare la vittoria in Coppa d’Africa del 1959 e la partecipazione alle Olimpiadi di Roma 1960: ufficialmente però la FIFA e il Comitato Olimpico Internazionale considerano l’Egitto come solo erede della R.A.U. (come avvenuto per la Russia con l’Unione Sovietica).
Oltre alla nazionale, l’aquila è anche il simbolo di diversi club del campionato, tra i quali il più vincente è la squadra principale della capitale, l’Al-Jaish.

Il suo nome in arabo significa Esercito, a sottolineare la tradizionale provenienza militare dei propri giocatori.

E ciò non deve stupire, visto che corrispondenti omonimi si trovano in altri campionati dei paesi arabi, come l’El Jaish di Doha in Qatar, attualmente allenato da Sabri Lamouchi (ex giocatore di Parma, Inter e Genoa).
L’unica compagine siriana a sfiorare la AFC Champions League è stata nel 2006 l’Al-Karamah di Homs (città nota agli antichi Greci come Emesa); mentre è andata meglio nella AFC Cup, dove i siriani possono vantare i trionfi di Al-Jaish (2004) e Al-Ittihad (2010). La prima finale di questo torneo venne disputata a Damasco nel 2004 dove curiosamente si affrontarono due rappresentative della capitale: l’Al-Jaish, vincitore, e l’Al-Wahda.
La favola della nazionale sulla strada che conduce a Russia 2018 potrebbe gettare le basi per un nuovo ciclo, in cui avrebbe potuto essere coinvolto un giovane cresciuto nell’Under-21 tedesca: Mahmoud Dahoud. Nato nel 1996 da una famiglia di etnia curda, gioca come centrocampista nel Borussia Dortmund dopo essere venuto alla ribalta a Mönchengladbach.

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La Federazione in ogni caso non potrà ripetere l’errore commesso con George Mourad che, dopo aver vestito la maglia della Svezia a livello giovanile, è stato schierato dalla Siria senza l’ok della FIFA, costando l’esclusione dalle qualificazioni al mondiale brasiliano. Del resto, prima del successo in terra cinese, il CT Ayman Al Hakim aveva dichiarato in conferenza stampa:

I nostri giocatori non hanno la possibilità di allenarsi insieme più a lungo, dati gli impegni con i loro club, ma comunque ci siamo abbastanza abituati.

Tenendo presente che buona parte dei suoi ragazzi è tesserata in Siria o in Iraq, il mister ha comunicato con il linguaggio del mondo del Football ciò che appartiene al mondo della guerra. Parole dettate dall’orgoglio?

Forse sì, ma è anche grazie a questo orgoglio che la Siria si rivela più forte nei campi da calcio. Lontano da altri campi da battaglia, sognando il Mondiale.