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La redenzione di Valdivia

di Carlo Pizzigoni (@pizzigo)

Fonte: L’Ultimo Uomo Sport & Cultura – Copa América: puntata finale

«Hijo de puta… la puta que te parió», poco originale, qui, Jorge Valdivia.

Siamo a metà secondo tempo della partita più importante della sua vita, la finale di Copa América 2015, giocata allo stadio Nacional di Santiago. Il Mago, come lo chiamano tutti, ha giocato un super torneo, con una continuità che non ha mai avuto. Però, poco oltre il 70′ viene richiamato in panchina da Jorge Sampaoli, dopo essersi fatto sostanzialmente sempre anticipare da Otamendi, nelle zone offensivamente pericolose dell’attacco cileno. La prende male, ovvio: vomita di tutto contro il CT e registra il suo ennesimo acto de indisciplina.

Valdivia

Già sentita: siamo al cospetto di un genio del fútbol che in vita sua ha impilato un numero impressionante di giocate di classe superiore sopra l’erba verde, modelle di stordente bellezza in ogni discoteca o locale disponibile, bicchieri rotti (pratica consumatasi spesso col favore della notte) e atti di indisciplina. Il più noto data 2007. L’ufficio stampa della federazione cilena ribatté l’ormai celebre formula in un comunicato che informava anche della galera calcistica a cui sottoponeva il Mago: 20 giornate di stop. Motivo? Un gruppo di giocatori, ben accompagnati (le modelle di cui sopra), si era reso protagonista di atti inqualificabili in un hotel di Puerto Ordaz. Ormeño, Contreras, Tello e, oh yes, Valdivia, i nomi dei condannati, “Puertordazo” il marchio indelebile di quella triste avventura in quella Copa América, chiusa dalla Roja, il giorno dopo lo scandalo, con un umiliante 6-1 subito dal Brasile nei quarti di finale.

Sembrava chiusa lì, nella maniera più triste, la storia futbolistica di Valdivia.

Lì, in Venezuela, dove tutto era cominciato. A Maracaibo, nasce il Mago. Il padre Luis da qualche tempo era stato trasferito dalla linea aerea cilena, la LAN, con moglie e figlio maggiore, al Nord del Subcontinente. Lì era nato il piccolo Jorge. Prima che Hugo Chávez distribuisse a pioggia finanziamenti alle diverse discipline presenti sul territorio che lui avrebbe ribattezzato “bolivariano”, in quelle soleggiate lande si giocava solo a baseball, anzi a béisbol, il più diffuso tra gli sport del Caribe. Cappello con visiera e mazza d’ordinanza, Jorge andava col fratello a vedersi i Tigres de Aragua. Papà Luis adora il fútbol, è un fanatico del Colo-Colo, e qualche partita la comunità cilena, soprattutto, la gioca. Una comunità piuttosto folta, quella trasferitasi lì: non tutti vogliono vivere nel Nuovo Cile di Augusto Pinochet Ugarte.

Con la palla tra i piedi, Jorge scopre di essere davvero felice.

Non ha mai smesso di accarezzarla e pare sempre avere una cura particolare nel gestirla. Se ne sono subito accorti tutti, e infatti, appena la famiglia torna a Santiago, è proprio il centro di allenamento del Colo-Colo ad accoglierlo.

jorge valdivia

L’espressione del piccolo Jorge Valdivia lascia presagire qualcosa di magico…

Da lì, una prodezza via l’altra. Fisico non all’altezza, ma fantasia da sempre al potere. Pure troppo. Elabora anche una finta, diciamo particolare: calcia a vuoto, facendo andare libera la gamba quasi all’altezza delle spalle. Discutibile pratica a cui viene pure etichettato un nome, “Espanta Chunchos”, non sempre presa benissimo dagli avversari, che indugiano poi sulle caviglie del responsabile dell’esercizio, come vuole una certa legge del campo.

Le mattane del Mago, dentro e soprattutto fuori dal campo, vengono digerite il giusto. Il Colo-Colo prova a prestarlo alla Universidad de Concepción, ma pure lì il carattere differente di Valdivia non riscuote unanime simpatia da parte della dirigenza.

E allora ecco lo sbarco in Europa.

Prima tappa Vallecas, periferia operaia e alternativa di Madrid. Il suo posto? Non esattamente. Ci arriva nel momento sbagliato: le sue fioriture con la maglia del Rayo Vallecano, immerso nei bassifondi della Serie B spagnola, sono poco gradite. Cinque spezzoni di gara mentre la squadra scivola addirittura nella Segunda B, la terze serie. Il Mago prova l’esperienza in Svizzera, al Servette. I granata non sono da un po’ la squadra simbolo del calcio elvetico che furono: nel nuovo Stade de Genève, Valdivia, giunto qui con l’amico Beausejour, regala qualche lampo. Fatuo: torna a casa.

Dalle Alpi alle Ande, atterra in Cile, e si fa subito riconoscere.

È protagonista di una rissa furibonda in un clásico, Universidad de Chile – Colo-Colo. Scatenano l’inferno le due paroline sibilate da Valdivia al portiere avversario Johnny Herrera, uno dei componenti della rosa del Cile campione del Sudamerica e all’epoca come oggi simbolo della U. È nuovamente tempo di migrare.

Trova davvero casa al Palmeiras.

Odiato da tutta la San Paolo non Verde, nella squadra che fu di Djalma Santos e Altafini, il Mago diventa certamente il più grande idolo contemporaneo, forse uno dei pochi motivi per cui la torcida prova a riempire Palestra Itália. È ovviamente lui il protagonista dell’ultimo successo del Palmeiras, la Copa do Brasil del 2012. Nella finale di andata contro il Coritiba, sblocca il risultato calciando un rigore perfetto, a 5 centimetri dal palo e festeggia omaggiando Hernán Barcos, compagno di squadra che la sera prima dell’incontro era stato ricoverato in ospedale. Anche questa partita dura per lui 70′, ma Felipe Scolari non c’entra nulla: Valdivia che rimane Valdivia, già ammonito, fa un fallo totalmente inutile in mezzo al campo e si becca il rosso, saltando così la gara di ritorno, dove comunque il Verdão resiste, portandosi a casa il trofeo.

Jorge Valdivia - Omaggio a Hernán Barcos

Jorge Valdivia e l’omaggio a Hernán Barcos

È  un periodo particolare quello, per il Mago. Nonostante le ottime prestazioni sul campo, è stato fatto fuori in Nazionale dal CT Claudio Borghi.

Causa? La solita, acto de indisciplina.

E stavolta è un caso nazionale sul quale programmi tv e riviste scandalistiche si gettano sopra con voracità. È noto in tutto il Cile col nome di Bautizazo. Inizio novembre 2011, il giorno delle convocazioni, prima della partita contro l’Uruguay, il Mago organizza la festa di battesimo delle sue due figlie. Alcuni invitati lasciano la festa a metà pomeriggio, un gruppo, invece, prosegue. Non limitandosi all’ammazzacaffè e a qualche chiacchiera. Contreras, Beausejour, Jara, Vidal e Valdivia si presentano al ritiro giungendo direttamente dalla festa. Il Mago fatica a stare in piedi, e per Borghi finisce inevitabilmente lì.

Sembra finita davvero per il Mago.

E invece c’è un tecnico che punta ancora su di lui. Lo stesso che si è preso del figliodi, proprio da Valdivia, poco dopo il settantesimo della finale di Copa América. Jorge Sampaoli.

Il magnifico Cile di Bielsa cambia la mentalità di come intendere il fútbol in quel Paese. La squadra viaggia a una velocità folle, sempre. Quel calcio non trova pause, che invece inizia a prevedere Sampaoli. E la qualità delle giocate offensive del Mago sono il perfetto raccordo di un calcio finalmente maturo e definito. Un calcio anche vincente, contro ogni malalingua, contro ogni pregiudizio, anche perché in campo c’era lui, il Mago. Unico e insostituibile, capace di visioni proibite alla quasi totalità dei praticanti. Autentico culto in buona parte del Subcontinente.

Esulta finalmente il Cile, campione del Sudamerica, acto de indisciplina verso la Storia.

Il Mago? Ha deciso di andare a gustarsi l’inutile calcio degli Emirati: contratto milionario e campionato per gente che di passione per il calcio ne ha davvero poca. Il Mago è il Mago, prendere o lasciare. Noi prendiamo, col groppo in gola.

문도풋볼(MondoFutbol)