Lucien Favre, l’uomo dei miracoli

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Non conosco allenatori che siano Harry Potter.

Il 4 agosto scorso Lucien Favre rispondeva così a chi gli chiedeva dei progressi del suo Nizza, la squadra che l’ha messo sotto contratto in estate per sostituire Claude Puel, partito in direzione Southampton. Quasi tre mesi dopo Le Gym, complice anche le partenze lente di PSG e Olympique Marsiglia, comanda la Ligue 1. Il gioco tipico dell’allenatore svizzero si è visto soprattutto nell’organizzazione difensiva, ma intanto all’”Allianz Riviera” di Nizza i tifosi sognano un titolo che manca dal 1959. Sarebbe un miracolo sportivo, solo l’ultimo della carriera di Favre. Imprese che Lucien, 59 anni, ha costruito con la passione e con il lavoro. Quell’amore per il Gioco che l’ha portato da Saint-Barthélemy, piccolo paese della Svizzera francese, dove è nato e cresciuto (lo stesso del tennista Wawrinka) al massimo palcoscenico calcistico del suo Paese. Tanti anni in prima divisione, dal Losanna al Neuchâtel Xamax fino al Servette, in cui in due periodi ha collezionato quasi 200 presenze, oltre a 24 partite con la Nazionale. In mezzo una parentesi in Francia, al Tolosa, una sola stagione, la 1983-1984 condita da sette gol e qualche titolo su “France Football”.

Lucien Favre

Un ottimo centrocampista offensivo con grande intelligenza tattica che avrebbe potuto fare anche di più se nel 1985 non avesse subito un grave infortunio al ginocchio.

Che costò al suo autore Pierre-Albert Chapuisat, libero del Vevey Sports e papà del futuro attaccante del Borussia Dortmund Stéphane un processo civile, il primo di questo genere nella Confederazione (5000 franchi di multa la condanna) e a Favre qualche problema fisico e non solo. “Avevo troppo paura”, rivelerà in seguito riguardo a quegli anni precedenti al ritiro avvenuto nel 1991 a 34 anni.

Dopo aver smesso Favre non ha le idee chiare sul futuro, ma vuole provare a fare l’allenatore. Lui, che nei ritiri prepartita assillava il suo compagno di stanza al Servette Karl-Heinz Rummenigge con discorsi di tattica, accetta l’offerta di diventare assistente allenatore delle giovanili del FC Echallens, piccolo club del Canton Vaud.

Ho cominciato con i più giovani per vedere se riuscivo a trasmettere le mie idee

dirà nel 2012 alla RTS, la Tv della Svizzera francese. Favre assimila e insegna. Le basi, i particolari. Con umiltà e gratis. Già due anni dopo è al timone della prima squadra che conduce nel 1995 a una storica promozione in Ligue Nationale B, seconda serie elvetica.

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Dopo una stagione da coordinatore del settore giovanile del Neuchâtel Xamax in cui vede il calcio da un’altra prospettiva, quella del dirigente, nel 1996 il 39enne Lucien va a guidare i rivali dell‘Yverdon, squadra di seconda serie. La rivolta in un anno (cambia 14 giocatori su 18 tra il 1996 e il 1997) e mette le basi per l’”Yverdinho”, come verrà chiamata la squadra che nel 1999 sarà promossa in Serie A.

Circolazione di palla, intensità e organizzazione sono le parole d’ordine e Favre le trasmette quotidianamente. Come un martello. Ludovic Magnin, suo ex giocatore all’Echallens e futuro Nazionale svizzero, ha raccontato all’Équipe come il suo allenatore lo indottrinasse anche mentre lo portava a casa in macchina, utilizzando il finestrino appannato come lavagna tattica.

Un metodico, preciso ai limiti della maniacalità, che nel 2000 si guadagna la chiamata del “suo” Servette. La situazione a Ginevra non è delle migliori. Società instabile (quattro presidenti in due anni), operazioni di mercato un po’ oscure tra Marsiglia, PSG e il club (i parigini e gli svizzeri erano proprietà di Canal Plus) e uno spogliatoio vulcanico che “Lulù” non riesce a gestire al meglio. Favre vince una Coppa di Svizzera nel 2001 e in Coppa UEFA arriva fino agli ottavi di finale dopo aver eliminato tra gli altri l’Hertha Berlino con un rotondo 3-0 in trasferta.

Lo esonerano nel 2002, proprio perché ha contro di lui il gruppo dei senatori guidato da Sébastien Fournier.

Non si può voler bene a tutti, soprattutto nel calcio.

Saranno le parole di Favre, perché Lucien non è uno facile. Gentile ma introverso e quasi scontroso, odia i compromessi e nonostante appaia distante è tutt’altro che freddo.

Quell’esonero per alcuni sarà la sua salvezza. Dopo un anno di studio e aggiornamento, nel 2003 Favre accetta l’offerta dello Zurigo, che ha ricevuto un “no” da Joachim Löw, futuro ct campione del mondo con la Germania. È un passo fondamentale per la carriera di Favre, quello che rende possibile poi il suo salto in Bundesliga. Lascia la Svizzera francese e va in un club e in una città in cui è un “signor nessuno”. Dopo quattro anni e un inizio complicato (parla un tedesco molto elementare) andrà via da idolo, al netto di qualche polemica per l’addio con la dirigenza.

Tra il 2003 e il 2007 vincerà una Coppa di Svizzera e due campionati, uno storico nel 2006, perché il titolo manca dalla bacheca del FCZ da 25 anni e i biancoblù lo conquistano all’ultima giornata in volata sul Basilea.

Fussball Super League - FC Basel - FC Zuerich

Al di là dei trofei, però, rimane il grande lavoro fatto da Favre sui giocatori. Nuovi metodi di allenamento, molta organizzazione e tanti talenti giovani lanciati in prima squadra.

Due su tutti: Gökhan Inler e Blerim Dzemaili. Il primo lo fa acquistare mentre gioca al Fc Aarau, dopo aver ricevuto un dvd dal suo procuratore Dino Lamberti, averlo fatto osservare dai suoi scout e avergli fatto personalmente un provino, il secondo lo nota nella finale del campionato nazionale under 18 tra Zurigo e Sion. Dzemaili di Favre parlerà degli insegnamenti in modo entusiastico.

Lucien per me è stato come un padre, quello che ho imparato con lui è stata la base per quello che ho conquistato fino ad ora.

ha dichiarato al mensile 11 Freunde

Alcuni dei protagonisti del ciclo allo Zurigo, come l’attaccante brasiliano Raffael e il centrale Steve Von Bergen, se li porta anche a Berlino, all’Hertha, dove viene chiamato nell’autunno 2007 a rianimare una squadra in picchiata. Ce la farà con pochi soldi e tante idee.

Il primo anno la “Alte Dame” si salverà, nel secondo stupirà la Bundesliga.

Un quarto posto ottenuto con una pattuglia di buoni giocatori, come il difensore croato Šimunić, il mediano (e ora tecnico) Dárdai o la punta ucraina Voronin e tanta organizzazione e lavoro tattico. È il trionfo del “polyvalent”, uno dei concetti che Favre ripete nel suo tedesco discreto e che ha spiegato mesi dopo il suo esonero in un’intervista al quotidiano berlinese Tageszeitung.

Non si tratta di avere giocatori che sanno fare tutto, ma di calciatori che sappiano interpretare il loro ruolo in tutti i sistemi di gioco.

Il punto più alto della gestione Favre è il 2-1 al Bayern Monaco del 14 febbraio 2009: non una bella partita ma una prova collettiva e una lezione di tattica a Jürgen Klinsmann che valsero momentaneamente il primo posto ai berlinesi.

Quella qualificazione all’Europa League però fu il “canto del cigno” dello svizzero a Berlino.

Dopo l’estate, anche a causa delle cessioni necessarie per sanare il bilancio dell’Hertha (tra i partenti Šimunić, Voronin ma anche Babić e Pantelić), molti nodi vennero al pettine, tra cui i rapporti tesi con la dirigenza e con alcuni giocatori, tra cui il capitano Arne Friedrich.

Il resto lo fanno le sei sconfitte consecutive di inizio stagione. L’Hertha lo licenzia il 28 settembre 2009, lui saluta una settimana dopo con una conferenza stampa in cui accusa tutti a partire dal presidente dei biancoblù berlinesi.

Per rivederlo su una panchina ci vorranno due anni. Come con l’Hertha, lo chiameranno al Borussia Mönchengladbach nel febbraio 2011 per raddrizzare una situazione critica. I “Puledri” sono all’ultimo posto e stanno annaspando alla ricerca della salvezza. Prima eviterà la retrocessione nello spareggio contro il Bochum, dopo insieme al DS Max Eberl costruirà un progetto tra i più interessanti della Bundesliga.

SSVg Velbert vs Borussia Mönchengladbach Fussball Testspiel 06 07 2014 Lucien Favre T

I principi calcistici sono gli stessi, con qualche correttivo, che aveva messo in campo a Zurigo e a Berlino. Estrema organizzazione (con il 4-4-2 con il “doppio sei” come sistema preferito), possesso di palla e gioco in velocità.

Quello che cambia non è l’atteggiamento, sempre propositivo, ma gli interpreti, di qualità nettamente superiore. Un po’ vengono dal settore giovanile, come Marc-André ter Stegen e Patrick Hermann, altri come Reus, Granit Xhaka, Nordveit, Kramer li porta Eberl. Favre li mischia a veterani come Stindl e al fedelissimo Raffael. Il risultato è il miglior calcio visto al ‘Gladbach da molto tempo. Lo svizzero plasma la sua creatura giorno dopo giorno, con un lavoro che come al solito rasenta la maniacalità.

Trainer Lucien Favre Borussia Mönchengladbach am Spielfeldrand gibt Thorgan Hazard Borussia Möncheng

Tanti consigli e spiegazioni soprattutto ai più giovani, a cui, come ai tempi dell’Echallens prova a correggere i difetti. È una salita lunga, in cui non manca qualche passo falso come l’ottavo posto del 2013.

Due volte il ‘Gladbach però arriverà in Champions: una volta uscendo ai preliminari nel 2012, l’altra direttamente con il terzo posto nella fase a gironi del 2015 condito dai complimenti di Pep Guardiola.

Favre della prima volta alla fase a gironi avrà solo un breve assaggio. Come nel 2009 l’avvio di stagione è pessimo e dopo la sesta sconfitta in campionato contro i rivali del Colonia il tecnico si dimette. A sorpresa. Provano a trattenerlo, perché Eberl e il presidente credono nel suo operato. Lui se ne va, senza troppe spiegazioni, né conferenze stampa come a Berlino. La “piazza” e i giocatori si sentono orfani, anche se ben presto si innamoreranno del successore di Favre, André Schubert, che continua, a suo modo e con una comunicazione diversa, il lavoro dello svizzero. Che otto mesi dopo la “fuga” ricompare a Nizza. Con una candidatura mai davvero presa in considerazione per allenare la Svizzera. In Costa Azzurra c’è un’altra squadra di media classifica da portare più su, da costruire. Con qualche talento come Balotelli da “ammaestrare”.

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C’è da giurare che Favre ci proverà. “Ci vuole tempo”, ripeterà come sempre ha fatto. Perché non esiste nessun allenatore che è Harry Potter.