Milutin “Micho” Sredojević, l’allenatore giramondo dell’Uganda

Viaggiare e cercare nuove imprese da compiere non dev’essere mai stato un problema per Milutin Sredojević.

Studente di storia e geografia e nipote di un eroe della Prima Guerra Mondiale, Micho è da sempre un tecnico che in valigia, oltre ai taccuini e alle esperienze nell’ex Jugoslavia (a Lubiana, Slobotica e Belgrado anche da giocatore, ruolo centrocampista difensivo), infila all’occorrenza una cartina geografica del Continente Nero.
Etiopia (Saint George SA), Sudafrica (Orlando Pirates), Tanzania (Young Africans), Sudan (Al-Hilan) e Ruanda (la nazionale, con la quale ha centrato Cecafa Tusker Challenge Cup), con due tappe fisse: Prokuplje e l’Uganda.
Nella prima, antico insediamento dell’impero bizantino e città devota al protomartire San Procopio, Milutin vi è nato e vi è rimasto legato; nella seconda, invece, ha trovato fortuna, prima con l’SC Villa, quattro volte campione della Nile Special Super League sotto la sua guida (più i successi in Kakungulu Cup e Kagame Interclub Cup), e poi con Le Gru, così come viene chiamata la Nazionale della FUFA, di nuovo alla fase finale della Coppa d’Africa dopo 39 anni d’assenza.

 E pensare che le strade fra il serbo e lo stato centroafricano hanno rischiato di interrompersi almeno un paio di volte, anche per le lusinghe da parte della Nigeria, prima che la NFF risolvesse in altro modo il dopo Oliseh.
D’altro canto Micho voleva conformarsi un uomo di parola,  riconoscente verso un Paese che lo ha accolto con affetto e che, grazie alla buon’anima di Kevin Aliro, aveva compreso fino a sentirsi anch’egli un Sserunjogi, così come in lingua luganda vengono chiamati i Baganda, il gruppo etnico che risiede nei territori a nord del Lago Vittoria.
Era praticamente una promessa fatta, una volta vinta la concorrenza di Dario Bonetti ed Herve Renard, a mezzo stampa a pochi giorni dall’insegiamento:

Cari tifosi […] credo nell’etica del lavoro, nelle mie conoscenze e in tutto ciò che mi ha permesso, in tutti questi anni di vivere, il sogno di calcio africano.
Credo nei nostri giocatori, nel loro talento e patriottismo e nel desiderio di rendere l’Uganda una delle migliori nazionali del Continente. E sono convinto che, con il supporto necessario
per implementare la mia visione di calcio e i miei piani, trasformeremo il sogno in realtà.

In altre parole, voleva lasciare il segno, fornendo, in prospettiva, un esempio di sviluppo sportivo (e non solo) in una Nazione in cui il calcio non è fra i primissimi interessi. E così è stato, sprigionando la gioia incontenibile dei tifosi, colorati e muniti di vuvuzela, accorsi al Mandela National Stadium lo scorso 4 settembre:

Raccolta l’eredità dello scozzese Bobby Williamson, il tecnico ha avuto modo di far valere il proprio bagaglio esperenziale (studiati in prima persona 50 stati africani su 54) e i rapporti personali instaurati durante il suo triennio nel campionato ugandese, due elementi che gli hanno permesso di quadrare il suo progetto basato sul bilanciamento fra vecchia guardia e gioventù locale, ponendo il sistema educativo come base del proprio lavoro. Già durante gli anni all’SC Villa, primo club a fornire un calciatore ugandese al calcio professionistico (l’indimenticato Majid Musisi), erano state messe in piedi, anche al di fuori del distretto di Kampala, collaborazioni fra scuola e settore giovanile, al fine di accrescere le conoscenze sportive e culturali delle giovani leve.
È stato questo il punto nodale della crescita de Le Gru, per anni bloccate da incomprensioni federali e mancanza di solide strutture organizzative.


Tenuta la politica lontana lontana dal campo e facendo leva sul suo spirito d’adattamento, Sredojević ha potuto l’attenzione verso le selezioni giovanili, impegnate settimanalmente con tornei interni ed amichevoli internazionali, e la cooperazione con i club locali.

Idee chiare e a lunga scadenza. E consigli, tanti.

Alcuni, giovani o meno giovani come Augustine Nsumba, che ha avuto anche la possibilità di tentare la carte europea (al ÍBV Vestmannaeyjar), lo considerano come un padre.  Ha inculcato al gruppo una mentalità vincente, instillando fiducia nel singolo, imprescindibile se inserito in un contesto di squadra accorto e studiato in ogni dettaglio, a partire dai movimenti d’insieme.
Ha ricevuto disponibilità dai senatori (vedi il portiere Denis Onyango, con Micho anche al Saint George SA) e creduto nel talento puro e non ancora del tutto espresso di Farouk Miya, classe ’97 e da poco, dopo una stagione di rodaggio, acquistato dallo Standard Liegi.
È stato lui, prodotto dell’accademia dei Vipers SC, da cui proviene Luwagga Kizito, altro tassello importante dell’odierna Uganda, a firmare il gol qualificazione contro le Comore.

Ambidestro, box-to-box inesauribile (in patria e lo stesso ct lo hanno paragonato a Gerrard), ottimi voti alla Kyambogo University e cocco di mamma (a lei ha dedicato Male Player of the Year della FUFA, il primo premio importante dopo tanti allori studenteschi), Miya rappresenta il simbolo del successo di un’Uganda che ha scommesso tutto sulle proprie forze mentali e tecniche.
Le movenze feline e i gol (19 nelle prime due stagioni ai Vipers) del ragazzo hanno fatto innamorare perfino il presidente Yoweri K. Museveni.

micho

Del resto lo stesso allenatore serbo aveva già anticipato che

una volta contagiati dal calcio africano, è difficile guarire.

E questo virus Micho l’ha contratto in maniera del tutto casuale, durante la gara d’esordio agli Europei U18 2001 quando era ct della Jugoslavia. Lì, ad Helsinki, di fronte alla Repubblica Ceca che poi vinse il torneo (3° posto, invece, per i Plavi), conobbe Billy Okadameri, un giornalista ugandese che lavorava per la Radio France International (RFI).

Finlandia, Repubblica Ceca, Serbia, Uganda.

Non poteva non chiudersi con un percorso così apparentemente improbabile la rotta di quel giramondo del pallone che corrisponde al nome di Milutin Sredojević.