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Neil Lennon: dal Celtic all’Hibernian, sempre a muso duro

Questa è la cosa più grande che abbia mai fatto. Non solo nella mia carriera, ma in tutta la mia vita.

Neil Lennon, per una notte, ha raggiunto il punto più alto a cui un uomo di calcio possa ambire. Da tecnico e tifoso del Celtic, di fronte a un Celtic Park tutto esaurito, il 7 novembre 2012, giorno successivo al 125° anniversario della fondazione del club, ha battuto 2-1 il Barcellona. Alla fine di quella partita, non riusciva a stare fermo. Correva per il campo, abbracciava chiunque si mettesse sulla sua strada e mostrava fiero le lacrime che facevano capolino su quel suo faccione irlandese.

Lui, più di ogni altra persona, sapeva di aver raggiunto quel traguardo senza che la vita gli avesse fatto sconti.

Nato nel 1971 da una famiglia cattolica di Lurgan, in Irlanda del Nord, Lennon potrebbe diventare un buon giocatore di calcio gaelico. Viene preso nelle giovanili dell’Armagh GAA, ma la sua vera passione è il football, quindi sceglie il Glenavon FC. Cresce nel sanguinoso e controverso periodo dei Troubles, che sconvolgono tanto l’Ulster quanto la Repubblica d’Irlanda, e si sente irlandese, senza distinzioni di credo politico e religioso. Ma in quell’angolo di mondo sono anni in cui non c’è spazio per i compromessi. Fin da piccolo, Neil tifa Celtic ed essere tifoso dei Bhoys, nella stragrande maggioranza dei casi, significa aderire anche a un orientamento politico-religioso ben preciso, o perlomeno cucirsi addosso un’etichetta.

Dal Glenavon, passa al Manchester City, dove però non trova spazio. La vera svolta della sua traiettoria calcistica avviene a Crewe, in Inghilterra, con la maglia del Crewe Alexandra. A inizio anni ’90, viene prelevato dalla piccola società del Chesire, dove allena Dario Gradi, un’istituzione del calcio inglese. Nato a Milano da padre italiano e madre inglese, Gradi è stato sulla panchina dell’Alex dal 1983 al 2007, costruendo e sfornando talenti. La politica della società è semplice: puntare su “scarti” dei grandi club e rilanciarli per monetizzare. Lennon è il profilo ideale per il tecnico italo-inglese: nel 1994 conquistano una promozione in Third Division e il centrocampista entra nel giro della Nazionale nordirlandese.

Nel 1991 giocavamo con un 3-5-2, guardavamo i video degli allenamenti dell’Ajax, mangiavamo pastasciutta e bevevamo succo d’arancia. Era incredibile quanto Dario fosse avanti per quegli anni,

ha detto Lennon in una lunga intervista al DailyMail.
Si accorge di lui il suo connazionale Martin O’Neill, al tempo allenatore del Leicester City in First Division (l’attuale Championship). Hanno caratteri simili, Lennon e O’Neill, e la stima è reciproca fin da subito. Il loro Leicester è protagonista di un piccolo miracolo, ormai offuscato dal tempo e dalla recente impresa di Claudio Ranieri: prima ottiene la promozione in Premiership e poi, tra il 1997 e il 2000, vince due Coppe di Lega.

Alla fine della stagione 1999/2000, il tecnico firma un contratto con il Celtic: per il grande salto, vuole con sé il fedele Lennon. Il centrocampista non deve nemmeno pensarci perché firmare con gli Hoops significherebbe realizzare il sogno di una vita. Dopo un’estenuante trattativa, Neil può trasferirsi in una squadra destinata a scrivere la storia: con giocatori come Larsson, McNamara, Boyd e Petrov, a fine stagione il Celtic mette in bacheca il Domestic Treble (Campionato, Coppa di Lega e Coppa di Scozia). Il rapporto tra il mediano e il tecnico nordirlandese è idilliaco, come ammesso dal giocatore stesso:

Ho imparato tanto da Martin. È un grande uomo e un grande tecnico: un giocatore correrebbe attraverso i muri per lui.

Il forte legame di Lennon con il Celtic, suggellato dal trasferimento a Glasgow, non è apprezzato da una intransigente frangia protestante della tifoseria nordirlandese che, nel marzo 2001, durante una partita contro la Norvegia a Belfast, intona il coro “we’ve got a Provo in our team” (“abbiamo uno dell’IRA nella nostra squadra”).
Lennon riceve numerosi messaggi di solidarietà, ma le parole si trasformano in intimidazioni nell’agosto 2002, prima di una partita contro Cipro nella quale dovrebbe indossare la fascia di capitano. Nei giorni precedenti il match, Neil esprime il sogno di giocare per una selezione che rappresenti un’Irlanda unita. La risposta alle sue dichiarazioni è una telefonata alla BBC in cui una voce minaccia di morte il calciatore.

Non solo Lennon non scende in campo nella partita, ma decide di dire addio alla Nazionale.

A livello di club, indossa la maglia del Celtic per sette stagioni, diventandone simbolo e capitano: vince 5 campionati, 4 Coppe di Scozia e 2 Coppe di Lega. È un idolo in quella che ormai è casa sua, il posto in cui ha sognato di stare fin da bambino.

Ed è lì che torna in veste di tecnico, dopo sette mesi da allenatore-giocatore in Inghilterra, prima al Nottingham Forest e poi ai Wycombe Wanderers. Per poco più di una stagione allena la squadra riserve e dal 25 marzo 2010, subentrando a Tony Mowbray, siede sulla panchina di Celtic Park, dove rimarrà fino al 22 maggio 2014. Sono quattro anni praticamente perfetti dal punto di vista sportivo, con la vittoria di 3 campionati, 2 Coppe di Lega e di una folle partita contro il Barcellona che è stampata nella memoria di qualsiasi tifoso dei Bhoys. Qualcosa, però, va storto. Lennon è un duro, uno che dice quello che pensa e crede nelle proprie idee.

E in un ambiente settario come può essere l’universo calcistico di Glasgow, a qualcuno il suo atteggiamento non piace.

L’1 settembre 2008, dopo un Old Firm vinto 4-2 dai Rangers, due tifosi dei ‘Gers provocano Lennon per strada insultandolo e chiedendogli se gli sia piaciuta la partita: Neil risponde con un dito medio e viene picchiato dai due, che lo lasciano a terra, privo di sensi.
Episodi altrettanto controversi si verificano nel 2011, con il ritrovamento di pallottole nella sua cassetta della posta o l’intercettazione da parte della Royal Mail di un pacco-bomba a lui diretto. L’11 maggio 2011, la goccia che fa traboccare il vaso: a Edimburgo, in una partita contro l’Heart of Midlothian, squadra di antica tradizione protestante, Lennon viene aggredito nella sua area tecnica da un invasore di campo, tifoso degli Hearts.

Non voglio dipingerla come una pessima situazione, perché dal punto di vista calcistico là (a Glasgow, ndr) è fantastico. Ma alla fine ti consuma. Forse all’inizio la pazzia e il caos mi avevano colpito, ma alla fine ero disperatamente stanco.

L’allenatore pronuncia queste parole nel novembre 2014 quando ormai siede sulla panchina del Bolton. La pressione di Glasgow l’ha divorato e la voglia di misurarsi col calcio inglese lo ha spinto in Championship. L’esperienza, però, si rivela negativa e, dopo una stagione e mezzo, tecnico e società si separano di comune accordo.
L’Hibernian, ancora incagliato nella serie cadetta scozzese e bramoso di tornare in Scottish Premier League, gli fa un’offerta e lui, che già nel 2008 aveva accarezzato l’idea di sedersi sulla panchina della seconda squadra di Edimburgo, accetta. L’Hibernian è squadra cult: come il Celtic, è stata fondata da immigrati irlandesi di fede cattolica ed è, inevitabilmente, divisa dagli Hearts da una forte rivalità. La sua maglia verde è stata una delle ultime indossate da un altro nordirlandese, il più grande di tutti: George Best.

“Bestie”, per un anno, con un contratto da duemila sterline a partita, ha fatto innamorare gli “Hibs” riempiendo l’impianto di Easter Road e regalando perle di grande calcio.

È finito tutto nel febbraio 1980, quando il Quinto Beatle non si è presentato a una partita di Coppa per via dei postumi di una nottata con Debbie Harry, cantante dei Blondie, e con alcuni componenti della nazionale francese di rugby.

Lennon, nel giugno 2016, fa così un passo indietro e firma per gli Hibs: domina il campionato e impiega una sola stagione a riportare nella massima categoria la squadra perennemente celebrata nei romanzi di Irvine Welsh, che ne è tifoso. Riesce nell’impresa nonostante la depressione, che da circa vent’anni lo tormenta e di cui più volte ha parlato pubblicamente.
“Il lavoro è già abbastanza complicato quando stai bene – ha detto al DailyMail. Ma quando soffri di depressione, tutto è ingigantito. Ti senti dieci volte peggio di fronte a un problema. In questa stagione (2016/17, ndr) ho vissuto un periodo negativo di circa quattro, cinque settimane e il club è stato fantastico. I dirigenti mi hanno supportato molto, così come il mio staff. Pubblicamente cerchi di mostrarti coraggioso, ma dentro di te lo senti. Ho attraversato questo periodo e ne sono uscito bene.”

Quando ne esci, è una grande sensazione.

Ora Lennon sta costruendo un gruppo che possa essere all’altezza della Scottish Premier League: in quest’ottica, il tecnico ha deciso di puntare su calciatori che conosce bene come Efe Ambrose e Anthony Stokes (entrambi ex Celtic), oltre a Deivydas Matulevičius e al centrocampista scuola Juve Vykintas Slivka.

Nella stagione 2017/18 sia l’Hibernian che il suo manager hanno fatto il loro ritorno nel grande calcio scozzese. E dopo aver battuto 3-2 i Rangers ad Ibrox, Neil è tornato a Celtic Park, dalla sua gente, facendo vacillare il record di risultati utili consecutivi dei Bhoys nelle competizioni scozzesi.

Non è un passato facile con cui confrontarsi, ma Lennon, uno che la vita l’ha sempre affrontata a muso duro, farà anche questo.


Foto copertina ©LaPresse
Foto Lennon/Crewe Alexandra e aggressione Hearts-Celtic ©PA

Foto Leicester League Cup ©Reuters
Foto Lennon-O’Neill ©SNS
Foto George Best ©slv.tv
Foto promozione Hibernian ©SkySports