Niko Kovač, un allenatore diventato grande a Francoforte

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Meno di un anno.

Tanto ci ha messo l’allenatore croato Niko Kovač per cambiare la storia dell’Eintracht Francoforte. Dalla retrocessione molto probabile in Zweite Bundesliga nella primavera 2016 a un piazzamento in “zona tranquillità” in campionato e una semifinale di Coppa di Germania, dove i rossoneri si giocheranno con il Borussia Mönchengladbach l’accesso alla finale dell’”Olympiastadion” di Berlino. Un traguardo che le “Aquile” raggiungerebbero per la prima volta dal 2006 e che segnerebbe la chiusura di un cerchio nella vita di Kovač.
Niko, figlio di una coppia di croati di Bosnia, originari di Livno, infatti nella capitale tedesca ci è nato e cresciuto. Lui, classe 1971, e il fratello Robert, minore di tre anni, hanno cominciato a giocare nei prati e nei campetti di Wedding, lo stesso quartiere di Berlino Ovest dove sono diventati grandi Jérôme e Kevin-Prince Boateng, prima di essere tesserati per il Rapide Wedding e soprattutto per l’Hertha Zehlendorf. Quest’ultimo club, istituzione del calcio giovanile berlinese e fucina di talenti (Littbarski, Ziege, Brooks, Rüdiger alcuni dei prodotti del vivaio biancoblu) è la rampa di lancio di Niko verso il calcio professionistico. Debutta in seconda divisione nel 1991, con l’Hertha Berlino, prima di militare in club prestigiosi come il Bayer Leverkusen, l’Amburgo e soprattutto il Bayern Monaco, la formazione di cui era tifoso da bambino (aveva un poster di Karl-Heinz Rummenigge in camera).

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Niko è un buon centrocampista difensivo, senza particolari doti tecniche ma con un’ottima comprensione del Gioco, unita a un atteggiamento da professionista: vince tra il 2001 e il 2003 campionato, Coppa di Germania e Coppa Intercontinentale con il Bayern, diventando anche un punto fermo e capitano della Croazia. Lui, che da ragazzo, per sua stessa ammissione, parlava meglio il tedesco del croato, non ha dubbi nel ’96 a scegliere la selezione allora allenata da Blažević.

Con la maglia biancorossa a scacchi disputa due Europei e due Mondiali, entrambi terminati con un’eliminazione al primo turno (2002, 2006), con la cocente delusione di non poter partecipare, per via di un infortunio, alla spedizione del 1998, conclusa con un terzo posto.

Una vita calcistica tra Germania e Croazia, spesso in coppia con il fratello difensore Robert, che si conclude nel 2009, dopo tre anni di esperienza in Austria, alla Red Bull Salisburgo. Qui, come gli era già accaduto in passato, incontra, dopo Daum e Hitzfeld, un altro maestro di calcio: Giovanni Trapattoni. Nella Bundesliga austriaca Kovač entra nella storia dei Tori, segnando il primo gol del club in prima divisione e laureandosi campione nazionale nel 2007 e nel 2009.

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La città di Mozart diventa poi la casa di Niko, quando appende le scarpe al chiodo. Lì, a metà strada tra Germania e Croazia, si stabilisce infatti insieme a sua moglie Kristine, conosciuta alle superiori, e a sua figlia. Nel suo ultimo club da calciatore, il croato di Berlino inizia anche il nuovo capitolo della sua vita. Gli viene affidata nell’estate 2009 la squadra B della Red Bull Salisburgo, che milita prima in Erste Liga, la seconda serie, e dopo la riforma dei campionati in Regionalliga, la nostra Lega Pro.

Un periodo importante per il croato, che impara a insegnare e a trasmettere la sua idea di calcio e si chiarisce le idee sul suo futuro in panchina: “A volte mi sono domandato se volessi farlo”, ha raccontato al sito della FIFA nel 2013.

Niko_Kovac_Wikicommons

Nell’aprile 2011, la dirigenza, dopo aver licenziato Huub Stevens, sceglie Ricardo Moniz, coordinatore del settore giovanile, come nuovo tecnico. L’olandese, già assistente di Martin Jol al Tottenham e scopritore al Feyenoord di Robin Van Persie, vuole il croato come assistente. Moniz e Kovač firmano per due anni, ma tutto finisce nell’estate del 2012. E non per i risultati. La RB centra la doppietta campionato-Coppa d’Austria, ma la situazione societaria è complicata. Moniz si dimette per incomprensioni con i dirigenti (“Alla RB c’è stato qualcuno che mi voleva far fuori”, racconterà a Voetbal International).

Per Kovač sembra davvero la prima grande occasione, ma i vertici del club scelgono come nuovo tecnico Roger Schmidt, reduce dall’esperienza al Paderborn. Niko va via. E sbatte la porta.

Della sua esperienza con i giovani della RB si ricorda, nel gennaio 2013, il suo vecchio compagno Davor Šuker diventato presidente della Federazione croata, affidandogli un’Under-21 in crisi di risultati, dopo il disastroso cammino verso gli Europei 2013. Niko accetta e inserisce nel suo staff il fratello Robert, di fatto alla prima esperienza in panchina. I fratelli Kovač, con un gruppo in cui militano, tra gli altri, Brozović, l’ex Fiorentina Rebić e Vrsaljko, fanno bene, anzi benissimo.
Cinque vittorie su cinque (due goleade contro il Liechstenstein ma anche un successo con l’Ucraina in trasferta), 17 gol fatti e zero subiti. Un percorso netto che, nell’ottobre 2013, vale a Niko un’altra chiamata di Šuker, quella per la Nazionale A, alla ricerca del pass mondiale nello spareggio con l’Islanda e in una situazione interna a dir poco complicata.

È l’inizio di un biennio fatto di alti e bassi, discreti risultati e un ambiente esplosivo. Kovač, affiancato sempre da Robert, porta sì con qualche difficoltà la squadra in Brasile (dove esce con un terzo posto nel girone di Brasile e Messico), inizia bene nelle qualificazioni a Euro 2016, ma fa fatica a gestire il resto: dai rapporti con Zdravko Mamić, ingombrante vicepresidente della Federazione e plenipotenziario della Dinamo Zagabria, a uno spogliatoio con tante personalità forti e una tifoseria in eterno subbuglio (la partita più volte sospesa con l’Italia nel novembre 2014 ne è solo un esempio).
E quando, nel settembre 2015, la Croazia raccoglie un punto in due partite con Norvegia e Azerbaigian, i fratelli Kovač sono messi alla porta. Attenderanno solo qualche mese per rimettersi in cammino, dopo che Niko è stato anche accostato al suo vecchio club, la RB Salisburgo.

L’ex centrocampista del Bayern però, nel marzo 2016, sceglie la Germania, accettando la sfida di guidare l’Eintracht Francoforte di Armin Veh, che, a meno di 10 giornate dal termine della Bundesliga, ha mezzo piede in seconda divisione e una squadra psicologicamente a pezzi.

14.05.2016, Fussball, 1. BL, Werder Bremen - Eintracht Frankfurt

E l’avvio non è neppure dei migliori. Nelle prime 5 partite della sua gestione, le Aquile raccolgono una sola vittoria, contro il fanalino di coda Hannover, e quattro ko, attestandosi al penultimo posto, quello della retrocessione virtuale diretta. A molti sembra di rivivere il finale della stagione 2010-2011, con i rossoneri che, dopo l’arrivo di Christoph Daum, non avevano raccolto neppure un successo ed erano scivolati in Zweite Bundesliga.

Diventa tutto più difficile per noi”,

sono le semplici parole che Kovač dice dopo la quarta sconfitta della sua gestione.

La svolta passa per una vittoria in rimonta 2-1 contro il Mainz e un cambio di mentalità e di atteggiamento. Kovač è abile nel dare un’organizzazione difensiva più solida ai suoi e nel ricreare un gruppo che sembrava in via di disfacimento. “Ho bisogno di tutti” è il mantra della corsa salvezza del tecnico croato.

Il 44enne di Berlino cambia giocatori e modulo in funzione di avversari e condizioni di forma rimettendo a posto qualche pedina, come il giapponese Makoto Hasebe a centrocampo e Marco Russ in mezzo alla difesa, e punta soprattutto, conscio anche dei limiti della sua rosa, più a sfruttare le debolezze degli altri che a imporre il proprio gioco.

Il risultato è una salvezza da romanzo arrivata solo agli spareggi con il Norimberga, dopo che nell’ultima giornata della regular season l’Eintracht, reduce da 9 punti in tre partite, aveva perso all’88’ lo scontro diretto con il Werder Brema. Nei play-off risorge, pareggiando all’andata in casa 1-1 e vincendo 1-0 a Norimberga, grazie a una rete dell’ex Fiorentina Seferović, in un match giocato a poche ore dall’annuncio shock di Marco Russ: è malato di tumore.

La vittoria dell’Eintracht, a fine partita, getta nella disperazione tifosi e giocatori del FCN. Niko, che qualche sconfitta nella sua carriera l’ha vissuta, li consola quasi uno a uno, ancora sul campo, con un gesto che gli vale, nell’ottobre 2016, il premio Fair-Play assegnato annualmente dalla Federazione tedesca. Perché Kovač, come ha ammesso in più interviste, è così.

Io impersono le tipiche caratteristiche dei tedeschi, come organizzazione, disciplina e razionalizzazione del talento. La mia mentalità è tedesca e improntata alla razionalità, anche se l’impulsività e l’emotività dei croati non sono così lontane da me”,

ripete in un’intervista a Eurosport nell’ottobre 2016.

E su queste basi, Der Retter (il “salvatore”, come tutti lo chiamano a Francoforte) costruisce, insieme al direttore generale Fredi Bobić e al ds Bruno Hübner, le basi per la stagione 2016-2017. Le disponibilità economiche sono limitate ma solide, anche grazie al lavoro di Hübner. Il dirigente, dopo aver ceduto qualche pezzo pregiato, come il peruviano Carlos Zambrano ai russi del Rubin Kazan, riesce ad assicurarsi una serie di Under-25 in prestito da grandi club, come Guillermo Varela dal Manchester United, Michael Hector dal Chelsea, Ante Rebić dalla Fiorentina ma soprattutto Omar Mascarell e Jesús Vallejo dal Real Madrid.

Jesus_Vallejo_GT

Un gruppo di giovani che si vanno ad aggiungere a una rosa discreta, che al di là dell’idolo locale Alexander Meier, ha tra le sue fila giocatori come David Abraham, il messicano Marcos Fabián e due pedine come il centrocampista giapponese Hasebe e il portiere finlandese Hradecky. Con questa rosa, Kovač lavora sull’organizzazione di squadra improntata alla flessibilità del sistema di gioco (con passaggi da un 3-5-2 a un 4-5-1 o un 4-2-3-1) e votata alla solidità difensiva. Inoltre Niko e il suo assistente e fratello Robert, poco appariscente davanti ai media ma primo e più ascoltato consigliere, insistono sul miglioramento dei singoli.

Da “Der Retter”, il salvatore, Kovač diventa “Der Bessenmacher”, il potenziatore.

Una cura che fa bene, per esempio, ad Hasebe che, schierato come “libero”, trova una continuità che poche volte aveva avuto in carriera, e Jesús Vallejo, che a nemmeno 20 anni è di fianco ad Abraham il titolare quasi intoccabile di un’ottima difesa. L’Eintracht di Kovač da Launische Diva, “Diva bizzosa” e un po’ imprevedibile, diventa una Treter-Truppe, una “sporca dozzina”.
Gente che magari non mostra un calcio spumeggiante, ma che lotta su ogni pallone, anche per via della grande enfasi che il tecnico croato mette sulla condizione fisica . Un Kraftfußball a volte portato all’eccesso (l’Eintracht è una delle squadre più cattive della Bundesliga), che ha condotto la squadra, alla fine di un girone d’andata giocato sopra ogni aspettativa, a un punto dal terzo posto.

Un girone da urlo che ha fatto sognare i tifosi e che ha fatto guadagnare a Niko Kovač e al suo staff un prolungamento di contratto fino al 2019.

Werder Bremen v Eintracht Frankfurt - Bundesliga

L’avvio del 2017, però, è stato nettamente più ondivago, con il club della città sul Meno che ha mostrato i suoi limiti in fase offensiva e di costruzione, mantenendosi comunque in zona Europa e a distanza di sicurezza dalle sabbie mobili della retrocessione, con più di 10 lunghezze dal terz’ultimo posto. Adesso, come era successo nel 2016, all’Eintracht serve un altro cambio di marcia. Oltre che per proseguire il suo cammino di consolidamento, come aveva chiesto la dirigenza a inizio stagione, per provare ad arrivare fino in fondo in finale di Coppa di Germania.

L’appuntamento è il 27 maggio, a Berlino. E Niko Kovač, il croato di Wedding, non se lo vorrebbe proprio perdere.

Foto di Copertina ©Merz/Eibner-Pressefoto
Niko Kovač Bayern Monaco ©TZ
Niko Kovač allenatore Red Bull Salisburgo
Niko Kovač in maglia Red Bull Salisburgo e con Mario Mandžukić ©LaPresse
Nico e Robert Kovač ©SG4EVER
Jesús Vallejo ed esultanza Eintracht Francoforte ©Getty