Da Nueva Helvecia alla Juventus, il percorso di Rodrigo Bentancur

Il fiume del fútbol, il Rio de La Plata. Un ponte, l’unione calcistica tra Argentina e Uruguay. Parti da Buenos Aires, attraversi quel corso d’acqua che è sempre più marrone e arrivi nell’altra patria, in una terra unica. Da poco tempo esiste un collegamento diretto tra le due capitali, le unisce una nave che hanno chiamato “Francisco”, perché la storia della Chiesa è cambiata e sta cambiando anche per il vento di novità che arriva dalla “fine del mondo”. Quelli che non possono permettersi il viaggio diretto, decisamente più caro, anche se più veloce, arrivano in Uruguay al porto di Colonia del Sacramento, Colonia, per tutti. Poi, dopo il controllo del passaporto, si prende il pullman che porta a Montevideo, a due ore di distanza sulla “Ruta 1”, coi prati e le fattorie che formano il monotono paesaggio del tuo passaggio. In quei prati, in quelle fattorie, come ci appaiono, nascono giocatori di calcio di alto, superiore livello.

Facile, siamo in Uruguay. 176 mila e rotti chilometri quadrati, poco più di 3 milioni di abitanti. La Patria del Fútbol.

Lì attorno alla città dove si è giocato il primo Mondiale, e ovviamente non per caso, vicino Colonia, è nato e cresciuto Rodrigo Bentancur, a Nueva Helvecia. E in ogni pausa dei campionati, lo trovate lì, spesso a parlare di calcio. Ovvio, siamo in Uruguay (se volete aggiungere ciarle sulla politica, – aggiungere, non sostituire – passate da Montevideo).

Scuola, merenda veloce, e poi il campo del Club Lucerna, per le infinite partite di baby fútbol. Si vede la postura del calciatore vero, giurano tutti, come si fa di solito. Il passaggio al Club Artesano, per le partite in campo grande, è naturale: quel terreno di gioco lo vivrà intensamente, ma non per molto tempo, giusto per appiccicarsi per sempre il soprannome, Lolo.

Gli tocca, col nuovo battesimo calcistico, già viaggiare: a soli dodici anni è il momento di “cruzar el charco”, come si dice qui in riva al fiume del fútbol.

Che sembra davvero giocatore lo dicono anche al Boca, la squadra dove arriva, e non proprio la prima che passa. A dodici anni gioca nel Sub-14, fisico, certo, ma anche qualità nel giocare il pallone, quella naturalezza che sa di grandezza e che anche oggi lo accompagna con la nuova maglia della Juventus: non tanti giovani hanno catturato l’attenzione e l’entusiasmo di Massimiliano Allegri, a cui è bastato poco per metterlo in campo, addirittura titolare al Camp Nou.
Il ruolo? Ammesso che si possa ancora definirlo in un recinto delimitato, il piccolo Lolo in Uruguay è sempre stato un 5, al Boca diventa un 8, perché, e Max può certificare, gli piace un mondo condurre palla al piede, e anche in questo fondamentale è palese la naturalezza del gesto, la superiore eleganza che proviene dalla estrema confidenza con l’attrezzo, il pallone. A partire da quelli rovinati che usava all’Artesano, dove a gestire la squadra c’era papà Roberto.

Passione di famiglia, il fútbol. Passione di popolo, passione da trasmettere. Il babbo si organizza come può, organizza anche corsi di formazione per tecnici e come si fa in questi casi, fa leva su amici, che hanno contatti giusti, e che vengono per passione: le casse sono perennemente vuote. Qui si vive di altro. All’Artesano giunge tale Horacio Anselmi, che alla polisportiva Boca Juniors si occupa di preparazione fisica, senza nessun vincolo con la squadra di calcio. Gli servono atleti per una dimostrazione, e proprio in quel momento entra in ufficio Rodrigo.

Ecco, tu… tu, tu che sei alto aiutami a preparare questa lezione.

Veramente sto andando a casa…

Quedate. Resta.

Devi mettere a posto un po’ di cose, ma il potenziale dell’atleta c’è tutto: vieni a trovarmi a Buenos Aires, per migliorare.

Ancora non si è parlato di calcio, ma gli dèi del fútbol ci vedono lungo. Il test al Boca si prolunga per qualche giorno e viene inserito nel pensionato con gli altri ragazzi. Si allena coi ’96, ma è abituato a giocare sotto età. Finisce il test, anche se nessuno sa che siamo di fronte a un test. Però il talento è fuori dal comune. Un paio di chiacchiere tra i dirigenti del Boca e l’offerta arriva subito. A dodici anni inizia la carriera del Lolo Bentancur. E prosegue sempre con l’azul y oro della “Bombonera” addosso.

Una pulizia di gioco unica che produce naturalmente qualche errore, nel percorso di crescita: tutto messo in conto, perché i grandi sono già avanti e non hanno paura di sbagliare, anche sbagliando, non hanno mai paura di rischiare, anche palleggiando proprio davanti all’area di rigore.

Bostero, da sempre. Charrúa, per sempre.

Le nazionali giovanili dell’Uruguay sono un’altra platea per il “Lolo”. La famiglia di sempre, quella Celeste, una famiglia piena di talento quella dei nati nel ’97: l’ultimo Sudamericano vinto, lo testimonia (noi di MondoFutbol lo abbiamo seguito direttamente da Quito), celebrando il grande nuovo vivaio uruguagio, che non vedeva tanta qualità assieme dai tempi di Suárez-Cavani).

Centrocampo a due, a tre, play basso, vertice alto, incursore, gestore dei tempi di gioco.

Il cielo è il limite, e il cielo è Celeste, soprattutto sopra Montevideo, dove hanno insegnato a tutto il mondo a giocare a calcio. La vicina Colonia certifica l’assunto con un prodotto fatto in casa.

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