Occhio, giudizio e talento: Kasper Dolberg, nuovo prodigio dell’Ajax

Il talento è una struttura estremamente complessa. La parte più brillante, quella che delizia l’occhio e provoca sorpresa, è costantemente sorretta da altri elementi, spesso poco o per niente visibili. Nel calcio, compito dell’osservatore è capire quanto quell’impalcatura fatta di serietà, sacrificio e voglia di arrivare, possa svilupparsi parallelamente, sostenere e dare continuità ai lampi mostrati sul campo.

Perché nel football come nella vita, i colpi di fulmine poi finiti male si sprecano.

Potrà sembrare strano per il calcio moderno, in cui tutti sembrano in vendita. Ma il direttore sportivo Overmars ha detto di non volermi cedere, e a me sta bene così”. Con queste parole rilasciate a De Telegraaf nel luglio 2017, Kasper Dolberg deve aver fatto sorridere in molti ad Amsterdam.
In quel momento John Steen Olsen, rinomato scout dell’Ajax, avrà realizzato di averci visto ancora una volta lungo in quel campo di Silkeborg, Danimarca centrale, soltanto qualche anno prima, quando alzò il telefono esortando il club biancorosso a chiudere “urgentemente” l’affare per quel biondino 17enne di poche parole e senza alcuna presenza tra i professionisti.

Non fu molto difficile, da parte dei “Lancieri”, fidarsi di chi di stelle emergenti aveva già dimostrato di capirci qualcosa. Dopo una carriera da calciatore divisa tra Feyenoord e Utrecht, Olsen dal 1995 scandaglia quella miniera d’oro che è il Nord Europa in cerca di prospetti da far crescere nel vivaio per eccellenza, quello dell’Ajax. Dai suoi taccuini sono usciti tanti nomi che hanno fatto spellare le mani alle platee di tutto il continente, e non solo. Christian Eriksen e Zlatan Ibrahimović sono un campione ristretto ma rappresentativo di una lunga lista; lo svedese, in un’intervista ad Ajax TV ha definito l’osservatore come il suo “secondo padre“.
Olsen, più di altri, è maestro nel vedere quell’impalcatura che sorregge il talento o, in altre parole, a capire chi dei tanti funamboli di cui è pieno il calcio giovanile ha delle reali possibilità di alzare l’asticella quando il gioco si farà duro. Per questo, e per altri motivi, è lecito credere che dietro il primo fantastico anno e mezzo scarso di Dolberg con la prima squadra e le prime decine di reti si nasconda un giocatore vero. Uno che, dopo essere passato dall’Ajax Under 19 alla finale di Europa League in dieci mesi, trascura con nonchalance l’interesse delle big di mezza Europa che volteggiano sulla Johan Cruijff ArenA.

È la classica reazione di Kasper. Non gioca a calcio per diventare ricco o famoso, ma perché ama questo gioco e vuole diventare il più bravo possibile.

Simon Jakobsen, difensore del Silkeborg contattato da MondoFutbol, ha visto da vicino la stella di Dolberg brillare. Prima un po’ a intermittenza, poi più intensamente anche se mai di quella luce abbagliante che oggi illumina tutto il calcio europeo, motivo per cui “l’Ajax ha grandi meriti per la sua crescita rapidissima. Ero sicuro che avrebbe avuto bisogno di più tempo per ambientarsi”.

Dopotutto, era lecito aspettarsi un impatto più soft da chi già in passato aveva mostrato qualche difficoltà ad assorbire un salto e un cambio di prospettive importanti. Rimasto a lungo in dubbio tra calcio e pallamano, uno degli sport locali più importanti, Kasper si decide infine per il primo ed entra nelle giovanili del GFG Voel, squadra di un paesino poco lontano da Silkeborg. La distanza tra questi due luoghi è breve, ma solo in teoria: quando attorno ai 13 anni a Dolberg viene chiesto di entrare nel settore giovanile del Silkeborg IF, non tutto va secondo le aspettative, come rivelato a MondoFutbol da Zak Egholm, commentatore di Discovery Networks Denmark:

Non fu facile per lui cambiare squadra così giovane. Credo gli mancassero i suoi amici e l’atmosfera del suo club d’infanzia. Inizialmente tornò al Voel, ma poi più tardi si unì di nuovo al Silkeborg.

Dopo le prime titubanze, però, per quel ragazzino “timido e introverso”, come lo definisce Jakobsen, cominciò a parlare il campo. “Durante la prima partita per la squadra riserve segnò una tripletta, compreso un gol pazzesco da 35 metri”, racconta l’ex compagno, che poi ricorda un episodio avvenuto in allenamento al suo rientro da un infortunio, in una sfida uno contro uno con un giovanissimo Dolberg: “Nella prima partitella vinse 3-0 in 20 secondi, così prima della seconda pensai: ‘devo essere più aggressivo, adesso ci andrò più duro’.

Dopo cinque secondi mi fece un doppio passo e mi slogai di nuovo la caviglia.

Nonostante i rapidi progressi, Kasper non giocò mai con la prima squadra, almeno fino al maggio 2015. Cinque mesi prima, però, Olsen era già passato di lì, sigillando il trasferimento ad Amsterdam per l’estate 2015.
Una ventina di gare nell’Ajax Under 19 e un tutor speciale come Dennis Bergkamp, voluto da Marc Overmars per favorire la trasformazione definitiva da esterno d’attacco a numero nove, valgono la chiamata tra i grandi di Peter Bosz per il ritiro estivo del 2016. Il mercato fa il resto, perché grazie alla cessione di Milik al Napoli Dolberg esordisce, con gol, nel preliminare di Champions contro il PAOK Salonicco.

A oltre un anno da quel debutto, i numeri pur impressionanti di Dolberg raccontano perfino poco.

Se da una parte ci sono i 23 gol in 48 gare della scorsa stagione e la tripletta più veloce in maglia Ajax dopo Marco Van Basten, le partite dei “Lancieri” mostrano un giocatore straordinariamente calato nel ruolo cucitogli addosso da Bergkamp e Bosz, estremamente consapevole del fatto che, come ama ripetere anche Lele Adani, dal lavoro e dai movimenti del numero nove dipende il gioco di tutta la squadra.
Parlando ad Ajax TV, occhi glaciali e sorriso appena accennato, Dolberg confessa che l’adattamento alla nuova posizione è stato “difficile“, anche se il campo sembra dire altro. Kasper è in moto perpetuo, si sposta costantemente per offrire la soluzione ai compagni per poi ridistribuire con tocchi raffinati o, molto spesso, eludere il marcatore col suo tipico primo controllo orientato. Poi c’è una pulizia nel calciare che ha pochi eguali per l’età e una freddezza davanti alla porta che, assicura Egholm, “ha sbalordito tutti”. Insomma, non proprio i tratti di chi fatica a giocare lì. Ma forse è solo questione di volersi sempre migliorare, di correggere i difetti (che ancora ci sono), di quell’impalcatura che cresce insieme al suo talento.

Forse, più semplicemente, l’occhio di Olsen ancora una volta non ha sbagliato.

Un particolare ringraziamento a Zak Egholm e Simon Jakobsen per la disponibilità.

Foto di copertina ©Squawka.com
Foto articolo ©Silkeborg IF/Ulla Myrhøj/Hollandse Hoogte