Dalla rovesciata alle Olimpiadi: gli inizi del calcio peruviano

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Villanueva fu la prima grande star del calcio peruviano, prota­gonista e simbolo di un gioco che stava appassionando tutti.

Due metri d’altezza e una capacità di coordinazione fuori dal comune, «Manguera», come era conosciuto, dava spettacolo: rovesciate, tacchi al volo e tuffi, che si aggiungevano a un controllo di palla notevole. Inventava gioco, Villanueva, e prima di Ronaldinho ma anche di Magic Johnson nell’NBA creò il passaggio «no look», sguardo da un parte e palla che viaggia nella direzione opposta.

In Perù lo chiamano ancora «el pase del desprecio», il passaggio del disprezzo, magari prodotto con una huacha, il tunnel, nell’o­riginale lessico calcistico peruviano che presenta, così come nella versione inca del castigliano di ogni giorno, parole che in tutto il subcontinente sono incomprensibili.

Il vocabolario peruviano va controcorrente anche nell’indicare la rovesciata: in effetti dover obbligare un peruviano a definire «cilena» quell’atto, come si chiama in tutto il mondo ispanico, è chiedere troppo. Per loro è da sempre la chalaca, e c’è un fondamento storico.

alejandro villanueva

Il giornalista e studioso della storia del fútbol Jorge Barraza, un argentino che ha lavorato per molti anni per la Conmebol nell’ambito della ricerca, scrive:

Secondo testimonianze scritte e orali, furono gli afrodiscendenti del porto di Callao, dove nacque il calcio peruviano, i primi a compiere il gesto della rovesciata.
Verso la fine del XIX secolo e l’inizio del XX erano frequenti gli incontri tra cileni e peruviani, a causa della tratta marittima che da Valparaíso portava al Callao.
In quegli incontri, cileni e inglesi videro per la prima volta quella meraviglia calcistica.”

Copioni, insomma. La tournée spagnola del Colo-Colo e le rovesciate di David Arellano introdussero nel vocabolario ufficiale castigliano quell’atto come «cilena».

villanueva(…) Per prendersi una rivincita rispetto alla guerra del Pacifico, l’Alianza Lima intraprese la gira in Cile con alcuni rinforzi di altre squadre peruviane. Sei partite, cinque vittorie e un pareggio all’ultimo match, dovuto alla stanchezza. Gol fatti: diciassette. Gol subiti: quattro.
Nel primo giorno dell’anno 1936, il ritorno in nave. Al porto del Callao c’era una folla enorme ad attendere questi nuovi eroi: nacque la leggenda del Rodillo Negro.

L’orgoglio nazionale prima di tutto, tanto che anche gli acerrimi rivali dell’Universitario (club nato solo nel 1924 per iniziativa di alcuni giovani dell’Universidad Nacional Mayor de San Marcos, il più antico ateneo d’America) avevano consentito al loro gioca­tore migliore, Teodoro «Lolo» Fernández, di partecipare al tour: il più grande idolo della storia dell’U, il primo a vedersi intito­lare lo stadio del club quando ancora era in attività.

Retina nera per raccogliere i capelli (e per attutire i colpi del pallone, così si giustificava), «Lolo» è effigiato un po’ ovunque a Lima, sui muri o nei poster, ed è l’idolo incontrastato anche di Mario Vargas Llosa, il più importante scrittore peruviano, già insignito di un meritatissimo Nobel per la letteratura. Quel gruppo sarebbe stato protagonista anche alle Olimpiadi di Berlino, giocate sempre nel 1936 nella Germania nazista. Il Perù iniziò con un grande successo: 7-3 alla Finlandia, «Lolo» Fernández mattatore con cinque gol ai dilettanti nordici che ne avevano già presi nove dalla Germania. Poi una sconfitta, per mano della Norvegia.
Nel successivo incontro il Perù andò subito in difficoltà contro l’Austria condotta da due geni del calcio, Hugo Meisl e Jimmy Hogan, in qualche modo i veri creatori della scuola danubiana. La compagine sudamericana, sotto di due gol, approfittò dell’in­fortunio del portiere europeo per effettuare la rimonta, giunta nei minuti finali e accompagnata dall’invasione di campo dei latini presenti allo stadio.
Nei supplementari il Perù segnò altri cinque gol, tre dei quali annullati. La partita si chiuse 4-2. Ma la semifinale contro la Polonia non si sarebbe mai giocata.

L’interruzione del match contro l’Austria dovuta all’invasione di campo e il conseguente parapiglia, in cui volò anche qualche schiaffone, erano secondo il comitato organizzatore contrari allo spirito olimpico: bisognava ripetere la gara.

Nemmeno per sogno, tanto che i peruviani non solo non si presentarono nel giorno indicato, ma quando ci fu la seconda convocazione erano già sul transatlantico che li avrebbe riportati in patria. Dove intanto la gente era scesa in piazza.

Nel giorno dell’annuncio della ripetizione, nella capitale la folla si era spinta fin sotto la sede del governo, dove il dittatore Óscar Benavides aveva provveduto a intonare discorsi patriottici, naturalmente pro domo sua. Era evidente come il governo cercas­se di ottenere il maggior vantaggio possibile, in termini politici, dall’episodio di Berlino, tanto da introdurre l’ennesimo giro di vite contro le voci dissenzienti del regime: pagò col carcere anche lo scrittore José María Arguedas, che proprio nel periodo della detenzione scrisse El Sexto, straordinaria testimonianza di quella dura esperienza.

peruIn città intanto l’ambasciata tedesca era stata presa a sassate, mentre al Callao i portuali si rifiutavano di scaricare le navi bat­tenti bandiera tedesca. Ci furono molte campagne stampa, in quei giorni, e la piazza San Martín si riempì diverse volte. Si scrisse che fu Adolf Hitler in persona a volere la ripetizione, perché non accettava che una nazionale di neri e meticci potesse mettere ko una squadra di ariani. Secondo il grande scrittore uruguagio E­duardo Galeano, il fatto di non essere venuti a patti con il CIO e di aver abbandonato la competizione rimane un grande schiaffo morale al dittatore nazista.

L’Austria fu poi sconfitta in finale dall’Italia di Vittorio Pozzo. Impossibile dire quale percorso avrebbe potuto avere il Perù; la squadra era competitiva (e con Villanueva e Fernandez davanti poteva accadere davvero di tutto), ma è anche vero che aveva vis­suto momenti di grave difficoltà contro l’Austria, ed è comunque azzardato sostenere che quella fu una «medaglia d’oro scippata», come si scrisse.

Esagerato, come esagerati, oltre che squallidi, furono i commenti razzisti di alcuni giornali europei, soprattutto britannici. Il Daily Sketch scrisse che i

mille tifosi peruviani […] entrarono in campo con coltelli, barre di ferro e una pistola.

Il Mirror si spinse oltre, sostenendo che la pistola fu puntata alla tempia dell’arbitro, che con un solo sganassone ben assestato riuscì a liberarsi del pericolo. La prima vittima dell’ignoranza è sempre la verità, ma vittime furono anche i giocatori di quel Perù, che non poterono giocare la semifinale forse per la cattiva gestione della federazione presente a Berlino, che si presentò all’hotel Russischer Hof, dove si discuteva della possibile ripetizione della partita, in clamoroso ritardo. Colpa di una gara di ciclismo su strada, che aveva bloccato diverse arterie della capitale tedesca. I mezzi ritornarono a circolare molto tardi e il Perù fu vittima in qualche modo anche di questo disagio.

Estratto del libro di Carlo Pizzigoni “Locos por el Fútbol”, per gentile concessione dell’editore Sperling & Kupfer.