Sócrates racconta Italia-Brasile e l’eliminazione dal Mundial ’82

Fu la partita di Paolo Rossi, che mise a tacere le critiche incessanti e scolpì nella storia del Gioco una magnifica tripletta. Fu il giorno dell’infinito Dino Zoff, che a 40 anni compiuti, all’ultimo minuto di gioco, fermò sulla linea il colpo di testa di Oscar.
Il 5 luglio 1982, vincendo 3-2 contro il Brasile, l’Italia di Enzo Bearzot scrisse una delle pagine più importanti del calcio azzurro. In un girone a tre in cui l’accesso sembrava appannaggio di una tra l’Argentina di Maradona e la Seleção allenata da Telê Santana, l’Italia fu capace di compiere un miracolo.
In Brasile, la disastrosa sconfitta fu vissuta come un lutto. Era una delle più forti nazionali di sempre, che poteva concedersi il lusso di schierare calciatori come Zico, Cerezo e Falcão, guidati da un tecnico vincente e da un capitano che appartiene alla leggenda di questo sport: Sócrates Brasileiro.

Sócrates è stato più di un centrocampista elegante e differente, capace di interpretare un ruolo in maniera moderna. Era un giocatore almeno dieci anni avanti rispetto ai suoi colleghi, giocava un calcio che ancora sarebbe dovuto nascere.

Ma non era un semplice calciatore: era un pensatore, un medico e poi sarebbe diventato attore, giornalista, produttore, scrittore e cantante.

Abbiamo il privilegio di pubblicare una testimonianza inedita del Dottor Sócrates Brasileiro, ricevuta dalla sua vedova, Katia Bagnarelli, amica di MondoFutbol che presto ritroveremo in un altro contributo esclusivo e molto significativo circa la vita del Doutor. La signora Bagnarelli sta contribuendo a mantenere vivo il ricordo del marito e ha pubblicato da pochi giorni il libro “Sócrates Eterno”, richiesto dallo stesso calciatore pochi mesi prima di morire. Sócrates le ha raccontato tutta la sua vita e quello che segue è un piccolo estratto circa i suoi ricordi di quell’Italia-Brasile, disputato sotto il sole di Barcellona nel luglio 1982 e conosciuto come la Tragedia del Sarriá .

Lasciamo quindi la parola al Doutor, alla sua sensibilità e alle sue riflessioni, che vanno oltre il pallone e sono tipiche di un pensatore che, nel mondo del calcio, non ha eguali.

Il dolore di un leader (di Dottor Sócrates Brasileiro)

“Quando perdemmo contro l’Italia nel Mondiale ’82, la prima persona che vidi dopo la partita fu lui (Telê Santana, ndr). Il suo volto era l’espressione del dolore che tutti noi sentivamo. Ma lui tentava disperatamente di consolarci. Ci aspettò a bordocampo e mostrò affetto a ciascuno di noi. Nello spogliatoio la sofferenza era immensa. Alcuni piangevano a dirotto, mentre altri contemplavano il proprio dolore in silenzio. Lui fissava l’infinito e sembrava calmo, nonostante il duro colpo. Era confortato dal nostro impegno, credo. Ma proprio per questo non smetteva di soffrire.

Avrei voluto abbracciarlo, proteggerlo. Non avevo le forze. Una volta di più, mi fece pensare a mio padre.

Credo che il dolore che sentivamo fosse della stessa intensità. Ho pianto molto di più per loro che per altre cose, ma le lacrime faticavano a scendere. Ero stremato, prosciugato. Realizzai esattamente cosa significasse quel sentimento molto tempo dopo, quando mio padre se ne andò. Avrei voluto saper compiere un miracolo per riportarlo indietro, così come per consegnare quella Coppa del Mondo a chi la meritava più di tutti: Telê Santana.

Telê fu l’esempio di chi comanda partendo dalla conoscenza e dall’osservazione. La sua convinzione nasceva dalla fiducia che i giocatori riponevano nelle sue scelte tecniche. Comunque, altri allenatori utilizzano metodi meno sublimi, a seconda delle proprie personalità. Ci sono quelli che credono che sia solo la forza – fisica, se necessario – a poter domare un avversario che compete per il nostro stesso spazio.
Ho incontrato alcuni di questi allenatori, in certe occasioni. Uno di loro sembrava un militare in pensione a giudicare dai suoi modi e dalla sua filosofia. Gli piaceva parlare ad alta voce, quasi gridando, come se niente gli andasse bene e questa mancanza di sensibilità era ciò che più mi spaventava del suo carattere.

Era assolutamente cieco nella sua apologia della disciplina, come se quello fosse l’unico elemento che contasse nelle relazioni umane.

Credo che questo genere di comportamento discutibile possa funzionare soltanto quando si incontrano giovani timidi e indifesi, che non hanno una volontà tale da affrontare questo tipo di abusi.
In quel caso diventa più facile imporre regole rigide e incontestabili, che nel primo periodo possono anche dare risultati. La paura, a volte, provoca un miglioramento nell’impegno delle persone come forma di prevenzione o preservazione. Tuttavia, questo non dura in eterno. Mano a mano che uno matura comincia a porsi domande che poi portano ad altri modi di ottenere gli stessi obiettivi. Essi sono più sani e più facili da accettare e scatenano così reazioni puntuali che, se non conducono alla sconfitta dell’oppressore, distruggono la capacità di sopravvivenza di quella società oppressa.”

Ha collaborato Alessandro Bai

 

Credits

Foto Copertina e formazione Brasile ’82 ©Getty Images
Foto Sócrates e Katia Bagnarelli ©Folhapress

Foto Sócrates, Telê Santana e Zico ©Agência Estado