Stefano Borghi racconta il Gabon di José Antonio Camacho

Sorprendersi per un paradosso che arriva dalla Coppa d’Africa sarebbe quantomeno ingenuo, perché parliamo di un continente dove, nel calcio ma non solo, un amuleto ha un valore molto più importante di una statistica.
Ma lo sarebbe anche pensare immediatamente alla favola: laggiù ne sono pieni, però spesso dietro alla poesia si nasconde una prosa molto concreta.

Infatti qui parliamo di José Antonio Camacho, uno che le sue innumerevoli storie le ha scritte in modo molto pragmatico. Uno che può essere la vera figura dell’imminente Coppa, per tanti motivi. Anche se la sensazione è che dovremo aspettare fino alla gara inaugurale, Gabon contro Guinea-Bissau di sabato 14 Gennaio, per capire se ci sarà davvero.

L’ultima, fiammante scommessa di Camacho è infatti la panchina della Nazionale che ospiterà la trentunesima edizione della Coppa delle Nazioni Africane: il Gabon della stella Pierre-Emerick Aubameyang. Il tutto senza molto tempo per pensarci, visto che il suo incarico è ufficialmente iniziato all’inizio di dicembre, ovvero un mese e mezzo prima dell’esordio.

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A convincerlo sono stati probabilmente la prospettiva di un’altra avventura esotica, come quella che lo portò in Cina dal 2011 al 2013 e dopo la quale non era più sceso in campo, e uno stipendio considerevole, visto che – nonostante il segreto imposto dalla Federazione gabonese – è filtrato che il biennale sottoscritto dallo spagnolo prevede uno stipendio superiore agli 800mila euro all’anno, il che fa sensazione in un Paese che non solo non ha un’economia nemmeno lontanamente paragonabile agli standard europei, ma che nell’ultimo anno ha anche registrato un drastico calo nelle entrate statali.
Un aspetto che ha suscitato discussioni, anche se la vera natura delle frizioni con i vertici federali non riguarda il lato economico, bensì quello organizzativo. Questo, forse, era stato sottovalutato da Camacho, presentatosi con il solito piglio autoritario e con parole che suonavano più o meno così:

Non mi preoccupa il poco tempo a disposizione, ho una grande esperienza fatta sia come giocatore che come tecnico, in più il 99% della mia squadra gioca in Europa e così anche la stragrande maggioranza degli avversari che incontreremo.

Stime un po’ ottimistiche, nel senso che si è ritrovato a ripartire da una lista di circa trentacinque giocatori utilizzati nei tempi più recenti dal suo predecessore Jorge Costa e da quella è emersa la convocazione finale, con una rosa di ventitré elementi nella quale ci sono solo sette giocatori che militano in una prima divisione europea, di cui uno a Malta, uno in Serbia, uno in Turchia e uno in Belgio. Ricalcolando, solo il 13% milita nei cinque principali campionati d’Europa: Aubameyang, la stella vera, N’dong che con il suo Sunderland è terzultimo in Premier e Mario Lemina, non propriamente un grande protagonista nella Juventus.

gabon-teamMa anche questo sarebbe un aspetto superabile, almeno nelle intenzioni di partenza.

Quello che a Camacho non va bene è un discorso che ha accompagnato altri momenti della sua carriera: il tema dello staff.

Quando nel 1998 coronò il suo sogno, ovvero quello di diventare l’allenatore del Real Madrid di cui è il settimo giocatore più presente di sempre, non esitò ad andarsene dopo soli ventidue giorni dall’annuncio e senza mai debuttare ufficialmente, questo perché il Presidente Sanz gli aveva promesso l’ingaggio del preparatore atletico di fiducia Carlos Lorenzana salvo poi ritrattare. E prendersi una porta in faccia, con tanto di targhetta applicata

Questo non è il mio Madrid.

Oggi a Libreville il tecnico spagnolo, che sarà (o sarebbe) il primo a disputare una Coppa d’Africa, sta vivendo più o meno lo stesso: la politica che fa sprofondare promesse e accordi. Camacho voleva con sé un fisioterapista, un interprete e un medico di sua scelta, oltre alla possibilità di riservare un’intera struttura alberghiera da dedicare al ritiro della squadra, dove poter fornire camere singole ai giocatori e potersi isolare da tutto.

Tutte cose promesse e poi negate, visto che gli alti vertici federali hanno deciso di puntare su figure professionali gabonesi e di mantenere la consuetudine di raggruppare le “Pantere” in un ritiro dalle dinamiche molto africane, con camere almeno da due e accessi – per così dire – non controllatissimi.

Da qui la decisione del CT di disertare la conferenza stampa ufficiale del 4 gennaio e di lasciare nell’incertezza una Nazionale che, dopo i quarti di finale raggiunti sia nel 1996 che nel 2012, si presenta all’edizione casalinga con l’obiettivo neanche tanto celato di arrivare in semifinale. Anche se, a pochi giorni dalla prima contro la Guinea-Bissau (che farà il proprio debutto assoluto nel torneo), non sa neanche da dove potrà partire.

Questa è la Coppa d’Africa. Questo è José Antonio Camacho. Un binomio decisamente esplosivo. Uno dei tanti motivi per farsi un viaggio che, nel bene e nel male, non ha eguali nel mondo del calcio.